La vita può essere estremamente complessa e al contempo affascinante. Sa come colpire, sa come far perdere la testa e come far perdere la direzione, sa però anche dare quei segni che poi fanno sì che nell’esistenza di una persona tutto cambi all’improvviso in meglio. La vita si mostra quotidianamente con tutta la sua bellezza e con tutte le sue incongruenze e meschinità, in un continuo alternarsi tra estasi e tormenti. E proprio tra questi due elementi, apparentemente diversi ma in fondo legati più che mai, si inseriscono le poesie di Giuseppe Floris, poeta istrionico classe 1978, contenute nella raccolta pubblicata nel 2020 ‘’La misère est si belle’’, che trae ispirazione e il nome da un brano del 2019 del celebre gruppo francese dei PNL contenuto nel loro album ‘’Deux frères’’. Sessantotto i componimenti al suo interno, sessantotto poesie che racchiudono tutto l’estro sofferente e passionale di una penna come quella di Giuseppe Floris che si distingue da sempre per schiettezza, musicalità dell’andamento dei versi e raffinata acredine verso luoghi comuni e frasi di comodo.
«Scriverò per non dimenticare» afferma nel flusso che apre la raccolta ovvero ‘’Col naso all’insù’’. Il concetto è chiaro e non lascia spazio a fraintendimenti: si scrive per lasciare davvero qualcosa, si scrive per far sì che gli istanti vissuti non svaniscano nel nulla ma possano rappresentare un ricordo in grado di resistere alle insidie di un tempo che procede sempre troppo velocemente e a cui stare dietro è quasi impossibile. In ‘’Mowgli’’ mette ancora di più le cose in chiaro e dice: «facciamo paura persino a noi stessi anche se una carezza mai ricevuta un giorno ci calmerà». Determinazione, passione autentica, tenacia incrollabile: sono queste le linee guida di ‘’Sino alla fine’’ dove si legge: «tutte queste notti infinite questo dolore nel cuore tutta questa passione sofferta, sarà la prova che ci ho creduto sino alla fine».
Giocarsela sino alla fine, proprio così: senza paura, senza temere il fallimento, consapevoli che tutto può mutare positivamente da un secondo all’altro e che proprio quando tutto sembra crollare allora è proprio quello il frangente in cui proseguire con ancora più verve. Giuseppe Floris nei suoi ‘’versi apotropaici’’ si rivolge direttamente a Dio, instaurando con il Creatore un dialogo serrato e veritiero, privo di commenti bonari e falsamente rassicuranti. Mette così nero su bianco il suo obiettivo: non scendere a patti con il diavolo, con le lusinghe di chi sta al potere e di chi è bravo a promettere senza però mai mantenere quanto detto.
Tra i versi maggiormente rilevanti spiccano quelli di ‘’Siamo noi’’ in cui dice. «Siamo noi contro il mondo che si divide tra bene e male e ora abbiamo la testa tra le nuvole e nessuna intenzione di scendere tra i morti». È un viaggio interiore doloroso e necessario quello compiuto dall’autore, un viaggio in cui si ha la consapevolezza di essere viandanti che proseguono incessantemente nonostante i colpi bassi e la fatica più aspra. Colpi bassi che feriscono ma che non destabilizzano, colpi bassi che danno la spinta per gridare ancora più forte ciò che si pensa come traspare da ‘’Mai con voi’’ in cui una rabbia costruttiva e sferzante viene racchiusa da queste parole: «Dio lascia che mi esprima, non voglio più spezzare il mio pane con questi cristi di plastica amo la solitudine l’oro e le bottiglie francesi».
Sorrisi effimeri dietro cui si cela vile cattiveria, sorrisi da cui guardarsi alle spalle, lusinghe che nascondono trappole: Giuseppe Floris tramite i suoi versi combatte contro tutto questo, adoperando arguzia, fierezza e persino un pizzico di rancore che non guasta in questo caso, in quanto velato da raffinatezza e da una sensibilità rara. I suoi sono versi che si nutrono di solitudine, di legami veri e di sofferenza. Versi elaborati da chi, come saggiamente sottolinea Nietzsche nella sua opera ’’La volontà di potenza’’, sa bene che ci vuole più coraggio per fermarsi e guardarsi indietro piuttosto che per andare avanti stancamente come se niente fosse.



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