Lungo un tunnel oscuro dove si mescolano città, odori,tappeti, ire e fiumi, cresce la pianta della poesia scriveva il celebre poeta colombiano Álvaro Mutis in ‘’Lavori perduti’’ all’interno dell’opera “Summa di Maqroll il gabbiere’’. E se alla poesia si fa accenno, quella di un artista poliedrico come Dargen D’Amico si nutre sempre di più di una consapevolezza frutto del tempo che passa, un tempo che segna e insegna che prender le misure con la realtà non è certo semplice ma, tra uno sbaglio e l’altro, è un qualcosa con cui alla fine si prende dimestichezza. Consapevolezza, si diceva, che traspare appieno dal nuovo disco dell’artista milanese ‘’Doppia Mozzarella’’, costituito da 13 brani, pubblicato il 27 marzo dalle etichette Island, Giada Mesi e Universal. Tredici brani che compongono il tredicesimo disco di uno degli esponenti più istrionici del rap italico, paroliere di spessore che a distanza di vent’anni dal suo esordio ufficiale come solista con il disco ‘’Musica senza musicisti’’ non ha perso il desiderio di offrire nuove chiavi di lettura di un’esistenza mutevole e intrigante.
Il progetto si apre con il funkeggiante brano sanremese ‘’Ai, ai’’, prosegue con la malinconia soffusa di ‘’Pianti grassi’’, malinconia che permea anche ‘’Ottaviano’’ una delle tracce più raffinate e meritevoli del progetto. Con ironia immancabile che da sempre lo caratterizza, Dargen conduce in ‘’centri commerciali’’ in cui riflettere su una società malandata e agitata ma tutto sommato divertente. «Siamo stati spietati con gli ultimi romantici» dichiara in ‘’Piove metallo’’ brano che, in alcuni tratti, ricorda vagamente a livello ritmico e melodico il capolavoro di Fabrizio De Andrè del 1967 ‘’Bocca di rosa’’.
In ‘’Tecno tango’’ afferma che «il cielo è in alto però sembra di toccarlo», mentre in ‘’Non bevo non fumo’’ ricorda che «per quanto vado lento però non si ferma il tempo». Un sentimento di delicato disincanto permea ‘’Storie’’, tra gli attimi più introspettivi del disco, in cui arriva alla conclusione che «pochi nascono felici ma qualcuno ci diventa». Riflessioni esistenzialiste caratterizzano ‘’Prima nudi chiamavamo amore’’ dove con franchezza dice: «sembra facile far figli, è più difficile capire». Il suono struggente di un sax ipnotico avvolge il brano ‘’L’ascensore’’ dove sentimenti di malinconia e disillusione sono condensati da un ritornello che fa: «non sognare l’ascensore se non puoi pagarlo».
Nella titletrack il buon Jacopo D’Amico si mette a nudo, mostrando la sua parte più intima, ammettendo dolcemente: «ogni fiore che prendo in mano diventa sempre un frutto amaro». Con le sue parole tratteggia un ‘’moto ondulatorio’’ in cui riflette sul bene e sul male che si bilanciano l’uno con l’altro, interrogandosi sul senso delle cose che spesso non interessa al popolo e sul rapporto conflittuale tra donne e uomini. A concludere il tutto ci pensa ‘’Ipertesto’’, all’insegna di uno sperimentalismo ricercato ed estremamente personale, in cui si parla del mondo buffo del web e della tecnologia, osservato con gli occhi di chi sa di essere profondamente umano e con la consapevolezza che la sincerità è un processo complesso. Proprio così complesso: eppure, nonostante questo, a qualcuno toccherà comunque il compito di metterlo in pratica. Compito arduo? Senza dubbio, ma al contempo anche necessario e ricco di colpi di scena avvincenti.



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