Terzo posto alla Iubileum Cup per la rappresentativa sarda sacerdoti: un momento prezioso di incontro tra calcio, fede e amicizia

Desiderio di vittoria e di successo? Risultati prestigiosi? Avere una concezione così riduzionistica dello sport sarebbe non solo un errore ma anche un’occasione sprecata. Questo perché fare sport, di qualunque disciplina si parli che sia legata a un gioco di squadra così come a una dimensione individuale, offre spunti di riflessione ben più significativi di un primo posto o di una coppa e di una medaglia da tenere in bacheca. Fare sport significa, prima di tutto, condivisione di un momento all’insegna del divertimento puro e autentico, significa rispettare chi abbiamo davanti vedendo in lui non un avversario bensì una persona con la nostra stessa passione, da cui possiamo apprendere qualcosa di importante per la nostra maturazione come esseri umani prima ancora che come atleti. All’insegna di questa filosofia la rappresentativa sarda di calcio a 7 sacerdoti è scesa in campo in occasione della Iubilaeum Cup, ovvero il Torneo Nazionale delle Diocesi Italiane andato in scena a Bassano Romano dal 4 al 6 novembre nella raffinata cronica del Monastero San Vincenzo, concludendo la sua avventura con un ottimo terzo posto al termine della manifestazione vinta dalla Toscana e a cui hanno preso parte anche le regioni della Puglia, della Campania, del Lazio, del Veneto e delle Marche, della Basilicata e della Calabria e della Liguria e del Piemonte. Un terzo posto a cui si aggiungono anche due riconoscimenti che regalano ulteriori sorrisi alla spedizione isolana ovvero la coppa quale miglior Portiere per Don Andrea Pelgreffi e il Premio Speciale conferito a Don Emmanuel Kuevi. Soddisfazioni di cui andare fieri, indubbiamente, ma ciò che conta soprattutto è la consapevolezza di essere stati presenti a un momento di incontro prezioso su cui riflettere come sottolineato da Don Walter Onano, 57 anni capitano della Seleção Sacerdoti oltre che membro della rappresentativa sarda e parroco di San Giovanni Battista de La Salle a Monserrato. Un incontro all’insegna di fede, amicizia, sana competizione e la consapevolezza che lo sport è in grado di donare insegnamenti fondamentali per la propria crescita personale e spirituale.

La Sardegna chiude la Iubileum Cup con il terzo posto: siete soddisfatti?

Sì, siamo davvero soddisfatti, e direi anche orgogliosi. Il terzo posto è un risultato che va oltre la semplice classifica: rappresenta il frutto di un percorso vissuto con intensità, con spirito di squadra e con una partecipazione emotiva straordinaria da parte di tutti. Ogni partita è stata un viaggio dentro il nostro entusiasmo, dentro la voglia di metterci alla prova, e dentro la bellezza di condividere momenti che hanno rafforzato i legami tra noi sacerdoti. Quando siamo saliti sul podio, non abbiamo visto solo una medaglia o un trofeo, ma il riflesso di giorni vissuti a pieno, in cui ognuno ha dato tutto sé stesso. E questo, per noi, vale quanto – se non più – del risultato sportivo.

 Che esperienza è stata questa?

È stata un’esperienza che definire intensa sarebbe riduttivo. La “Iubileum Cup” non è stata un semplice torneo, ma un vero intreccio di emozioni, di incontri, di condivisione tra sacerdoti provenienti da tutta Italia. Siamo partiti con la voglia di giocare e ci siamo ritrovati a vivere un piccolo cammino umano e spirituale. Abbiamo imparato a conoscerci meglio, a sostenerci nei momenti più faticosi, a gioire insieme nei momenti più belli. Ogni giornata aveva un sapore tutto suo: il risveglio con l’adrenalina della partita, il tifo reciproco, le chiacchiere durante i pasti, i momenti di preghiera e quelli di risate fragorose. La sensazione più forte è stata quella di essere parte di qualcosa che andava ben oltre il campo: una comunità, un gruppo unito dalla passione per lo sport e dalla gioia di condividere. Tornare a casa con il cuore così pieno è stato forse il dono più prezioso.

Da chi era composta la squadra sarda?

La squadra sarda era una piccola “famiglia sportiva” composta da sacerdoti, uniti dalla passione per il calcio e dal desiderio di rappresentare la Sardegna in un contesto così speciale. Siamo partiti in nove: don Andrea Secci, parroco a Flumini di Quartu, il sottoscritto, don Roberto Ghiani rettore del Seminario Arcivescovile di Cagliari, don Andrea Pelgreffi parroco a Guamaggiore e Ortacesus, don Alberto Peddis parroco a Serrenti, don Giacomo Faedda parroco a Selargius, don Gianmarco Casti parroco a Decimoputzu e Villaspeciosa, don Gabriele Casu parroco a Selegas e don Emmanuel Kuevi viceparroco a Selargius. Ognuno di noi portava con sé storie diverse, impegni quotidiani diversi, vissuti differenti, ma sul campo e nei momenti condivisi tutto questo si trasformava in un’armonia sorprendente. La ricchezza della squadra stava proprio nella sua varietà: ognuno aveva qualcosa di unico da offrire, un talento, un atteggiamento, una parola di incoraggiamento. È stato bellissimo vedere come la diversità di ruoli e di percorsi si sia trasformata in un’unione fortissima, capace di farci sentire parte diun’unica identità.

 Quali sono le caratteristiche tecniche dei giocatori?

Dal punto di vista tecnico la squadra è risultata ben equilibrata. Abbiamogiocatori molto dinamici, capaci di dare ritmo alla partita, con ottime capacità di palleggio e una buona visione di gioco. La difesa si è dimostrata solida e organizzata, alla fine abbiamo avuto in don Andrea Pelgreffi il miglior portiere del Torneo, mentre il centrocampo ha garantito sempre un grande lavoro di collegamento, sia in fase offensiva che difensiva. Tuttavia, ciò che ha davvero caratterizzato il gruppo non è stato soltanto l’aspetto tecnico, ma la mentalità. La generosità, la corsa, la capacità di soffrire insieme, il non mollare mai, il sostenersi anche quando la fatica iniziava a farsi sentire: sono state queste caratteristiche a distinguere la squadra. La qualità tecnica è stata importante, certo, ma lo spirito con cui ciascuno di noi si è messo in gioco ed è sceso in campo ha fatto tutta la differenza.

Quanto sono stati importanti due giocatori come Don Andrea Pelgreffi e Don Emmanuel Kuevi?

Sarebbe riduttivo parlare solo di loro due. Don Andrea e don Emmanuel sono stati importanti ma se dobbiamo dare una classificazione dal punto di vista sportivo ma anche umano, ciascuno ha dato il suo contributo determinante per il raggiungimento del risultato finale. Don Andrea ha di certo portato una carica emotiva incredibile: la sua energia, il suo entusiasmo e la sua capacità tra i pali, da una parte ci hanno tenuti a galla negli inevitabili momenti di maggior fatica, ma ci ha dato anche la forza di osare di più, proprio per la sua sicurezza in porta. Don Emmanuel si è distinto per tre cose: la sua carica agonistica, per la prestanza fisica, la capacità di interdizione tra i reparti e, infine, la grande sfortuna di essersi infortunato, chiudendo il torneo, prima con una fasciatura rigida e successivamente con una non invidiabile ingessatura al braccio. Ma, a parte le battute, davvero, tutti, ognuno per la sua parte, abbiamo contribuito a portare a termine questo torneo raggiungendo la terza piazza in classifica.

 Qual è il ricordo più bello di questi giorni?

È difficile scegliere, perché sono stati giorni pieni di immagini, voci, abbracci e momenti che resteranno nella memoria per molto tempo. Ma se dobbiamo individuarne uno, forse il più bello è legato alle serate vissute insieme dopo le partite. Quei momenti in cui, tra una battuta, un commento sulla giornata, una risata spontanea o una riflessione più profonda, ci rendevamo conto di quanto fosse bello essere lì, tutti insieme. Eravamo stanchi, magari un po’ provati, ma incredibilmente felici. È lì che si è formata la nostra identità di squadra, non solo sul campo ma nel cuore di ciascuno. E forse proprio questa condivisione, questa semplicità vissuta con intensità, è il ricordo più prezioso che porteremo con noi.

 Quali gli obiettivi per il 2026?

Premetto che la “Iubilaeum Cup” è stato un evento unico, proprio perché legato a questo anno giubilare, ma allo stesso tempo ha voluto essere anche il banco di prova per stabilire la possibilità di realizzare un vero torneo nazionale annuale per i sacerdoti. In altre nazioni, come Polonia e Portogallo, sono anni che i sacerdoti hanno istituito un vero campionato nazionale. Gli obiettivi per il 2026 sono ambiziosi ma chiari: tornare in campo con lo stesso entusiasmo, intanto, cercando di proseguire rispondendo alle convocazioni della Nazionale Italiana Sacerdoti, che ormai è giunta al suo ventesimo anno e più di 580 partite giocate, e sta già programmando diverse manifestazioni, magari, con l’inserimento di diversi sacerdoti che in questo torneo si sono messi in evidenza e potrebbero entrare stabilmente sia in squadra che nell’associazione. Certo, la voglia è quella di migliorare sia dal punto di vista sportivo e puntare a risultati ancora più importanti, la crescita fa parte del percorso, ma ancor di più lo ripeto il fatto di saperci ritagliare un momento tutto per noi per giocare insieme e perseguire ancora la nostra passione di tirare calci a un pallone. Dunque, il nostro vero obiettivo va oltre il piazzamento: vogliamo continuare a vivere un’esperienza che rafforza i legami tra di noi, che ci fa crescere come persone e come confratelli e che mette al centro la bellezza dello stare insieme. L’aver condiviso qualche giorno e lo spirito di fraternità che ha contraddistinto questa esperienza, certamente ci ha dato la voglia di proseguire e coinvolgere altri nostri confratelli.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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