Essere quel che si è realmente senza paura del giudizio altrui, andando oltre la superficialità e le apparenze ingannatrici. Essere nonostante tutto, non cedendo alle lusinghe di chi invece è abile solo nel sembrare e nel dissimulare. Essere sino in fondo, non indossando mai maschere opprimenti anche se può rivelarsi un compito complesso, doloroso e, talvolta, forse pure impopolare in una società come questa dove la verità spaventa e dove le voci fuori dal coro sono sempre di meno. Una verità che, però, non intimorisce di certo la poetessa Francesca Petrucci, umbra di nascita ma sarda d’azione, che della sincerità ha fatto tratto distintivo, come emerge dalla sua nuova raccolta di poesie intitolata ‘’Di farfalle e altri misteri’’, 132 pagine con oltre 50 componimenti al suo interno, pubblicata lo scorso marzo per la casa editrice LFA Publisher. Una raccolta elegante e struggente, arricchita dal dipinto in copertina e dai preziosi disegni di Raimondo Basciu e dalla prefazione di un’altra poetessa di valore ovvero Alessandra Sorcinelli che con poche, ma ben selezionate parole, introduce quello che la Petrucci ha scritto nella sua nuova fatica letteraria.
«Il mistero della vita sta nella ricerca della bellezza»: questa frase, pronunciata da un fuoriclasse del calibro di Billy Wilder celebre regista e sceneggiatore austriaco naturalizzato statunitense, precede l’inizio dell’opera e svolge la funzione di monito. Un monito che Francesca Petrucci ha fatto suo pienamente, permettendole di andare davvero alla ricerca della bellezza in questo mistero chiamato vita. Un mistero che indaga tramite i suoi versi ben selezionati, frutto di un lavoro certosino di revisione e di analisi: versi sofferti, versi appassionati, versi pacati ma che sanno anche essere impetuosi. Ebbene sì, impetuosi ma al contempo gentili.
Ad aprire le danze dell’opera ci pensa la poesia che dà il titolo alla raccolta, una vera e propria ode a una creatura magica come la farfalla definita «cuore che palpita, anima della terra, sussurro ultimo della sera, scrigno di infinita bellezza». Una bellezza che traspare da un componimento come ‘’Il mio nulla’’ dove l’autrice ricorda che nulla ci appartiene se non quello che abbiamo amato e che continuiamo ad amare nonostante il tempo che inesorabilmente passa. Già, il tempo passa e non è chiaramente possibile fermarlo ma, come scritto in ‘’Essere e divenire’’ ogni istante va goduto e assaporato perché «ogni momento è vita, ogni momento è crescere».
E se ai momenti si fa riferimento, sono tanti quelli che viviamo, talvolta, senza gustarli appieno. Momenti che ci segnano, momenti che alla fine si riesce ad afferrare e a custodire per sempre come quelli vissuti in luoghi incantevoli del capoluogo sardo quali la Sella del Diavolo a cui è dedicata la poesia ‘’La luna in sella’’. Una Sella del Diavolo che non smette mai di emozionare così come Cagliari con le sue infinite suggestioni, da cui l’autrice si lascia cullare. Proprio così, cullare: perché farsi cullare è quanto di più dolce e seducente ci sia e a dimostrazione di ciò ci pensano i versi di ‘’Abbraccio’’ da cui traspare sensualità e pathos. Il pathos che affiora da ‘’Annegare’’ uno dei frangenti più malinconici e intimi della raccolta in cui Francesca Petrucci si mette a nudo, senza remore e timore, consapevole che le proprie fragilità non sono di certo una pecca ma motivo di orgoglio. Un orgoglio raffinato e composto che viene fuori nella poesia conclusiva ovvero ‘’Bussa primavera’’. Una poesia che riporta alla prosa nostalgica e onirica di John Fante, che suona come un invito risoluto e gentile a non demordere. Un elogio autentico alla speranza, una maniera per uscire dai giorni bui, che ricorda a ciascuno di noi che il mondo, seppur feroce e spesso beffardo, può piegarsi davanti alla luce dell’amore. Una luce per cui vale la pena lottare e che non bisogna stancarsi mai di ricercare.



Pagellone Rossoblu | Roma – Cagliari 3 – 0