La corsa non è semplicemente un atto meccanico che porta chi la pratica a macinare chilometri su chilometri. È qualcosa di molto più profondo e di viscerale, un rituale laico, una riflessione profonda dove confrontarsi con le proprie insicurezze e grazie a cui sviluppare virtù come l’empatia, lo spirito di sacrificio, la tenacia. Qualità queste che caratterizzano Laila Soufyane, classe 1983 nata in Marocco a Beni Oujjine, trasferitasi con la sua famiglia in Italia dal 1988, tra le più autorevoli esponenti del fondo nostrano capace di correre la mezza maratona in 1h12’47’’, la maratona in 2h32’39’’ e di ottenere risultati di prestigio con la maglia del suo gruppo militare dell’Esercito come la vittoria al campionato italiano Assoluto su strada sui 10 km oppure il primo posto a squadre con la nazionale italiana in occasione della Coppa Europa dei 10000 su pista in quel di Oslo nel 2011. Oltre a un talento cristallino e a una spiccata predisposizione per le lunghe distanze, ciò che caratterizza un’atleta come Laila sono elementi quali la sensibilità, la capacità di non darsi mai per vinta e di cogliere da ogni esperienza affrontata insegnamenti preziosi per la propria maturazione umana oltre che agonistica. Qualità preziose che le hanno permesso di vivere una disciplina come l’atletica non semplicemente come la ricerca di un primo posto o di un riscontro cronometrico di valore bensì come un vero e proprio viaggio ricco di istanti e di legami da custodire con cura nel proprio animo.
Laila partiamo da una ricorrenza importante per te: dieci anni fa a Torino hai vinto il campionato del mondo militare sulla maratona, che ricordo hai di quella gara?
È stato sicuramente un momento bellissimo e di grandissima emozione. Fu una competizione che decidemmo di fare all’ultimo momento, venivo da una stagione molto intensa in cui avevo speso molte energie. Preparai questo evento proprio a Torino dove poi avrei gareggiato di lì a poco. Non mi aspettavo assolutamente di vincere ma quando è cominciata la gara sapevo che avrei dato oltre il cento per cento. È stata una maratona sofferta, corsa con testa e cuore, in cui ho avuto la fortuna di essere supportata sin dal primo metro dalle persone che amo. Ho capito che avrei potuto vincere tra il trentesimo e il trentacinquesimo chilometro, in quel momento mi è scattata qualcosa dentro, una sorta di fame agonistica che mi ha permesso di tirare fuori quelle forze che poi si sono rivelate fondamentali per primeggiare. Arrivare al traguardo vincitrice con il tricolore in mano è stata una gioia unica, ancora oggi mi emoziono tantissimo nel ripensarci.
Sempre dieci anni fa, nel 2016, hai ottenuto l’argento ai campionati europei nella classifica a squadre sulla mezza maratona: che esperienza è stata?
Ricordo bene quell’occasione, gareggiammo ad Amsterdam, il circuito cittadino in cui si svolse la gara non fu semplicissimo. In quella circostanza non sono riuscita a tirare fuori quello che valevo, gli allenamenti facevano presagire un risultato decisamente migliore, ho sentito e pagato la tensione. Al netto di ciò, chiaramente queste sono cose che possono verificarsi quando si gareggia soprattutto in certe manifestazioni, porto con me un bel ricordo di quel momento vissuto insieme alle mie compagne di nazionale con cui eravamo molto unite e affiatate.
Facciamo un passo indietro: quando nasce la tua passione per l’atletica?
Nasce molto presto, avevo circa 7 anni. Mi sono letteralmente innamorata di questa magnifica disciplina seguendo le gare di mio fratello maggiore El Fadil, un talento grandissimo che per me ha rappresentato il mio primo punto di riferimento. Da quel momento è cominciata la mia avventura nel mondo dell’atletica.
A proposito di punti di riferimento, quali sono state le figure più importanti nel tuo percorso?
Senza ombra di dubbio il mio tecnico, nonché marito, Marco Romano che mi segue sin da quando ho diciotto anni. Un altro incontro fondamentale è stato Andrea Milardi grazie a cui ho avuto l’onore di correre per l’Atletica Studentesca CA.RI.Ri., prima di entrare nell’Esercito, e che mi ha permesso di proiettarmi nell’atletica dei professionisti, facendomi scoprire le gare in pista e consentendomi di compiere un salto di qualità fondamentale. Un’altra persona importante nel mio percorso sportivo è stata quella del mio primo allenatore Giorgio Cattonar, con cui ho mosso i primi passi.
In più di un’occasione hai gareggiato anche in Sardegna, che rapporto hai con l’Isola?
Ho un rapporto speciale con la Sardegna, è una terra che amo tantissimo e in cui ho la fortuna di poterci trascorrere del tempo appena ne ho l’occasione. Tra l’altro una delle mie più care amiche è Sara Palmas, una delle atlete più forti di sempre del mezzofondo sardo e non solo. In Sardegna ho tanti ricordi bellissimi, dal punto di vista prettamente sportivo penso ad esempio allo storico cross di Alà dei Sardi che ho avuto l’onore di disputare, sono stata accolta con grande affetto e con una gentilezza al giorno d’oggi rara da riscontrare. Sono stati senza dubbio momenti bellissimi.
Nella tua carriera sportiva hai disputato tutte le gare del mezzofondo e del fondo, dagli 800 metri sino alla maratona: a quali distanze sei più legata tra quelle in cui ti sei messa alla prova?
Senza dubbio la maratona mentre per ciò che riguarda le gare in pista direi i 5000 ma anche i 10000, due distanze che ho amato tantissimo e che al contempo mi hanno fatto soffrire non poco in quanto richiedono uno sforzo fisico di grande intensità, soprattutto i 5000 in cui devi saper coniugare alla perfezione sia le doti di resistenza che quelle legate alla velocità, aspetto che risulta decisivo nei finali di gara.
Quali sono stati gli atleti e le atlete che per te hanno rappresentato una fonte di ispirazione?
Sicuramente Stefano Baldini, il suo oro olimpico ad Atene nel 2004 è stato qualcosa di incredibile, un esempio di resilienza unico. Dietro quel risultato c’è un percorso umano e sportivo profondissimo, che rappresenta un insegnamento fondamentale per tutti. Tra le atlete direi l’ex primatista italiana dei 10000 Maura Viceconte, la mia carissima amica Sara Palmas che ha sempre stretto i detti e dimostrato che anche gli infortuni più ostici possono essere superati con successo. Infine, la campionessa olimpica sui 5000 e sui 10000 Tirunesh Dibaba, che per me rappresenta la dimostrazione più autentica di cosa rappresenta la bellezza relazionata alla corsa: ho avuto l’onore di incontrarla e di parlarci in occasione del Meeting di Rieti nel 2008, è stato un momento bellissimo: ho ancora impressa nella memoria la sua corsa stupenda, ipnotica e impeccabile sotto tutti i punti di vista. Uno spettacolo incredibile e indimenticabile.
Ti piacerebbe dedicarti al ruolo di allenatrice?
Sì, assolutamente. Dal 2014 al 2017 ho avuto il piacere di seguire nella mia città Colleferro un gruppo di bambini, un’esperienza per me molto bella. I più piccoli nel momento in cui si approcciano all’atletica è fondamentale che giochino e che si divertano, gli allenamenti strutturati verranno con il tempo. Seguo anche i ragazzi che si preparano per arruolarsi nell’Esercito, in futuro mi piacerebbe seguire anche giovani atleti, farli crescere con pazienza e impegno per poi portarli a dare il meglio di sé nelle categorie assolute.
Cosa ami di più di uno sport come l’atletica leggera?
L’atletica è un rifugio, letteralmente. È quel momento in cui la mente si cheta e ti ritrovi a tu per tu con il tuo respiro, con la tua fatica e il rumore dei tuoi passi. È come se il tempo si fermasse, proiettandoti in una dimensione magica.



Commento a Caldo | Cagliari – Atalanta 3-2