Cogliere gli sguardi più sfuggenti e sognanti, quelli carichi di sentimenti che non si esternano ad alta voce ma che si captano appena. Soffermarsi sulle linee di un volto, sui segni del tempo che in esso si possono vedere, sulle sensazioni che dall’osservazione emergono. Fotografare è questo, oltre che molto altro, e Francesca Cossu lo sa bene. Perché come traspare dalle sue foto, rigorosamente in bianco e nero, gli scatti non sono semplicemente gesti meccanici ma qualcosa di più profondo. Qualcosa che Francesca, cagliaritana di 45 anni, riesce a comunicare con la sua macchina fotografica, una Nikon Z6 II con un obiettivo da 50 millimetri, andando in giro per la città quando cala la sera, facendo suoi anche solo per un istante tutti quei frangenti che in questo mondo frenetico rischiano di perdersi. La sua passione per la fotografia ha radici lontane, a quando nella casa dei nonni materni in Belgio scoprì un’alchimia speciale con il mondo dell’arte.
«Mi ricordo ancora i profumi della casa dei miei nonni materni in Belgio», racconta mentre beve un ginseng in un accogliente bar di viale Marconi in un pomeriggio freddo di gennaio in quel di Cagliari. «Mio nonno Staff era un artista a tutto tondo, in particolare era uno scultore di talento immenso. Ricordo come fosse ieri l’odore della pece che utilizzava, così come quando mi prendeva in braccio e mi faceva sedere accanto a lui mentre suonava il piano. La casa dei miei nonni materni in Belgio era piccola ma accogliente, si trovava in campagna e sino ai 7 anni trascorrevo lì tutta l’estate. Sono momenti indimenticabili che ricordo con grande dolcezza». Una dolcezza che traspare nitidamente dal suo modo di parlare e di fotografare. «Ho iniziato a dedicarmi alla fotografia quando è nata mia figlia Ginevra, con l’intento di seguire passo dopo passo la sua crescita, poi con il passare del tempo ho iniziato a seguire vari corsi e a specializzarmi di volta in volta», prosegue. «Inizialmente mi concentravo sui paesaggi, essendo io una grande appassionata di archeologia, ma con il tempo mi sono accorta che nelle mie foto dovevano assolutamente esserci le persone. Persone che amo fotografare senza snaturarle e senza modificare troppo ciò che ho scattato, la naturalezza deve caratterizzare le foto che realizzo, per me questo è un aspetto fondamentale». Naturalezza e delicatezza sono i tratti che la caratterizzano e che vengono espressi appieno nelle sue foto dall’uso del bianco e nero. «Non è assolutamente una scelta casuale», precisa, «utilizzo il bianco e nero perché è il mio modo di comunicare. Con il bianco e nero riesco a rendere vive le persone pur senza l’uso dei colori classici».
Tra le sue passioni più grandi spicca quella per l’archeologia. «All’archeologia mi sono appassionata grazie alla corsa. Quando facevo le gare andavo spesso in piccoli paesi della Sardegna ricchi di siti archeologici, quindi fotografarli è stato per me un processo naturale. Ho fotografato più di 600 siti archeologici, quelli che mi sono rimasti nel cuore sono quelli meno conosciuti. Ho anche il piacere di essere vicepresidente dell’associazione culturale Nurnet, la rete dei nuraghi». La corsa, intesa come momento catartico e di riflessione personale, è un altro dei suoi capisaldi. «Per me correre è una liberazione unica. Non mi è mai importato nulla della competizione e dei risultati, anzi credo che questi aspetti non siano così importanti come erroneamente si potrebbe credere. Mi sono avvicinata alla corsa nel 2013, casualmente, anche se mi piaceva correre sin da giovanissima. Ho avuto la fortuna di incontrare Nando Vicari, uno dei tecnici più preparati per quel che riguarda il mezzofondo, che è stato il mio primo allenatore e che mi ha fatto innamorare di questa splendida disciplina».
Fotografia, archeologia, corsa ma non solo: Francesca, infatti, è laureata anche in psicologia del lavoro e delle organizzazioni sociali, specializzandosi poi in PNL ovvero in programmazione neurolinguistica oltre che in psicoterapia breve e strategica. A tutto questo si aggiunge anche, dal 2014 al 2019, l’apertura di una gastronomia in via Cocco Ortu nel capoluogo chiamata Papp’arruga. «Sono stati anni importanti anche quelli e molto belli direi. Cucinare è una forma creativa e significa fare qualcosa per il prossimo». Una forma creativa preziosa un po’ come la fotografia, che pratica con empatia rara, verso cui tornano le sue riflessioni. «Per me fotografare è qualcosa di suggestivo e di grande intimità. Per me significa avvicinarmi realmente alle persone. Non sono un cecchino, non rubo scatti: cerco davvero di cogliere la parte più pura e bella della gente, senza mai dimenticarmi di avere a che fare non con dei modelli freddo e asettici ma con delle persone ricche di sentimenti e sfumature da cogliere e da valorizzare».



Pagellone Rossoblu | SPAL – Cagliari 2 – 2