Anna Banti – Attingere dall’arte e dall’essere donna

Anna Banti, al secolo come Lucia Lopresti, attenta alla condizione femminile, fu scrittrice, giornalista e saggista: distante dal mondo delle ambizioni comuni.

La penna temuta
La scrittrice nasce nel 1895 a Firenze da una famiglia calabrese. Anna è figlia unica, molto amata dal padre, l’avvocato Lopresti, che mai smise di incoraggiare i suoi studi umanistici. In una intervista del 1971, la scrittrice disse: «Ho passato in biblioteca tutta la mia giovinezza».
Nella sua crescita professionale la caratteristica fondamentale è l’orgoglio intellettuale per il quale fugge etichette, rifiuta accostamenti e diffida delle facili amicizie. La sua esigenza negli altri è simile a quella che ha con sé stessa, nell’arte in generale persegue livelli molto elevati.
Durante gli studi universitari, che la porteranno alla laurea in Storia dell’arte, incontra Roberto Longhi, celebre studioso, che suo docente divenne marito, maestro e mentore. Con lui si creerà un sodalizio intellettuale unico che durerà tutta la vita.
Ecco che questa unione fece sorgere il timore di sparire come figura singola: non voleva che la voce professionale potesse cadere in secondo piano e perdere la sua luce. In quest’ottica deciderà di lasciare la critica dell’arte e di dedicarsi alla scrittura. Sarà autrice di sette raccolte di racconti, nove romanzi e numerosi interventi saggistici apparsi sulla rivista Paragone, che fondò, con suo marito, nel 1949.

Il carattere femminista
Il femminismo di Anna Banti si definisce nei suoi scritti e nella volontà di raccontare donne ingabbiate nella loro vita di madri e mogli: la visione di una esistenza a senso unico verso la quale ci si ribella. La scrittrice dipinge le protagoniste nella loro infelicità, nell’attesa della scossa che possa distruggere un destino precostituito.
Ecco che le donne bantiane sono eroine, donne contro la figura maschile che vuole primeggiare sulle loro sorti così da farle cadere nel vuoto del nulla. Anna Banti fugge l’abbandono del talento, il suicidio e la memoria dimenticata di esponenti femminili superate dai che spadroneggiano sulle loro vite fino a ridurle al vuoto, all’abbandono del proprio talento, al suicidio, alla fuga. Sono donne contro la memoria dimenticata, che non può renderle immortali, come i loro mariti, padri, amanti. Celebre il suo Le donne muoiono, del 1951, dove emergono dei racconti ben noti come Lavinia fuggita.
Consacrazione dell’elevato pregio di Anna Banti è Artemisia, pubblicato nel 1947 in seconda battuta dopo che nel 1943 a causa dei bombardamenti perse le bozze, e che narra la storia della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi. La protagonista del testo è costretta alla solitudine in quanto donna virtuosa.
I decenni Cinquanta e Sessanta, sono turbolenti e la sua produzione si scontra con il realismo e una traccia di denuncia. Di questo periodo è l’opera Il bastardo (1953), terzo romanzo dell’autrice. Si compie una maturazione verso un femminismo meno aggressivo e più orientato alla collaborazione con l’altro sesso per un più concreto cambiamento sociale.
La sua carriera termina nel 1981 con il romanzo Un grido lacerante, opera ultima della ottantaseienne scrittrice. Qui la sua penna tratteggia in chiave autobiografica il mutamento, a causa degli eventi, dal ruolo di critico a quello della narrazione. L’esempio di una donna eterogenea, capace di incontrare l’urgenza di parlare e di farlo nelle più virtuose attività senza mai cedere ai tempi sociali.

Federica Abozzi

Federica Abozzi

Federica Abozzi

Appassionata di scrittura da quando ho ricordo, grazie a una svolta inaspettata, riprendo e rinnovo il mio desiderio di mettere su fogli bianchi: parole e fantasia. Amo raccontare vite e vicissitudini con empatia e creatività. Scrivo rigorosamente con carta e penna tra scarabocchi e grafia incomprensibile, così che ogni pezzo respiri di autenticità.

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