Un caffè bevuto velocemente, con un bicchiere d’acqua fresca o a temperatura ambiente. E perché no, magari accompagnato pure con qualcosa da mettere sotto i denti che non guasta mai. Il tutto in compagnia di un barista che va ben oltre l’essere semplicemente tale ma che è per tutte e tutti un amico sincero e fraterno, pronto ad accogliere chiunque entri nel suo locale con un sorriso genuino, in grado di migliorare l’umore anche delle personalità più malinconiche. Tore Castelli è il proprietario dell’Eugenio Bar, nel cuore di viale Sant’Avendrace in quel di Cagliari. Non un bar come gli altri ma un punto di ritrovo unico all’insegna della gentilezza, dove è possibile trascorrere un momento di quiete prima di affrontare la giornata. Un bar nato nel febbraio del 1991 che Tore, classe 1972, gestisce con la consapevolezza che i clienti non sono solamente individui che consumano e pagano ma persone ricche di sentimenti, ciascuna con la propria storia da ascoltare.
«L’Eugenio Bar è nato grazie a mia suocera Nella Piano figlia di Eugenio Piano detto ‘’il contadino’’, che negli anni Ottanta aveva un ristorante accanto al Teatro Massimo chiamato ‘’Sa Ziminera’’», racconta Tore mentre si muove con disinvoltura dietro il banco. Capelli corti, polo rossa, statura elevata: il bar si riempie, il via vai si fa minuto dopo minuto più fitto e gli aneddoti da narrare sono molteplici. «Il padre di mia suocera già negli anni Sessanta aveva lavorato in viale Sant’Avendrace come proprietario del ‘’Bar Tamponi’’, esperienza fondamentale a cui rimase sempre legatissimo. Il suo sogno era proprio quello di poter creare nuovamente all’interno del suo quartiere un bar di sua proprietà». Il sogno di una vita realizzato grazie all’impegno della figlia Nella. «Il padre di Nella è venuto a mancare nell’autunno del 1990», prosegue Tore, «in quel momento allora mia suocera Nella in sua memoria ha concretizzato il suo sogno dando il suo nome al bar appena aperto».
Un bar dove Tore approda giovanissimo pochi anni dopo. «Esattamente nella primavera del 1993», sottolinea. «Mi sono diplomato come geometra, all’epoca lavoravo come tirocinante e mi alternavo con il lavoro al bar. Un lavoro che con il tempo mi ha appassionato sempre di più e che mi ha fatto capire quanto amassi interfacciarmi con il pubblico». Un amore che si nutre di impegno, sacrifici e desiderio di migliorarsi giorno dopo giorno. «Nella primavera del 2012 sono diventato gestore del bar. È stato sicuramente un passaggio importante e un grande momento di crescita. Sono chiaramente aumentate le responsabilità ma mi hanno spinto a dare il meglio di me». Tenacia e perseveranza: qualità che hanno permesso di superare i momenti più difficili come l’emergenza dettata dal Covid. «Sicuramente è stato un frangente complesso, anche perché una volta riaperta l’attività dopo la chiusura c’era la paura che i clienti non passassero più. Fortunatamente è andato tutto bene e quei giorni sono alle spalle».
Tra gli elementi più pittoreschi e suggestivi dell’Eugenio Bar, aperto dal lunedì al venerdì dalle 4.30 alle 20.30 e il sabato dalle 4.30 alle 14, spicca, sotto il porticato in cui si trova, una fotografia in bianco e nero che ritrae Totò e Peppino impegnati durante le riprese del film ‘’La banda dei falsari’’ uscito nel 1956 con la regia di Camillo Mastrocinque. Una foto collocata lì in maniera non di certo casuale. «Il nonno di mia moglie», svela Tore, «ha lavorato come barista anche a Roma negli anni Sessanta ed ebbe la fortuna di servire il caffè proprio a Totò e Peppino mentre giravano la iconica pellicola. Era particolarmente legato a quell’incontro, ecco perché è presente la foto che colpisce chiunque passi da queste parti».
E a passare dalle parti di viale Sant’Avendrace sono in tanti. «Si tratta di una via storica, nel vero senso della parola. Le persone che arrivano in città passano da qui così come chi va via. È come se raccogliesse tutti gli umori della gente». Tore parla con vivacità, scambia due parole con chi arriva, saluta tutte e tutti, chiama per nome ogni singola persona che arriva: l’empatia è il suo marchio di fabbrica insieme a quella genuinità che lo caratterizza da sempre. C’è chi si siede all’esterno, chi sta nella saletta interna, chi sta al banco e si ritaglia un istante di meritato riposo. Immancabili le conversazioni sul Cagliari Calcio e sul basket, entrambe passioni che Tore coltiva sin dall’infanzia.
«Ho trascorso i primi dieci anni della mia vita in via Cavour alla Marina», aggiunge, «poi mi sono trasferito a Mulinu Becciu dove ho trascorso tanti anni, mentre dal 2000 vivo qui in viale Sant’Avendrace. Ho iniziato a giocare a basket nel quartiere di Is Mirrionis alla Johannes, avevo 9 anni e sono rimasto lì per 14 anni, arrivando come giocatore alla serie D ricoprendo il ruolo di ala grande, per poi iniziare anche a cimentarmi nel ruolo di allenatore». Tante le squadre allenate nel corso degli anni. «Dopo i primi passi alla Johannes», fa presente, «è stata la volta della Futura Pirri, poi sono stato a Sestu, Serramanna, San Sperate, Elmas, senza dimenticare il Cus Cagliari, lo Spirito Sportivo e l’esperienza ad Assemini dal 2003 al 2008».
Momenti indelebili che ricorda con tanta emozione. «Andai allo Spirito Sportivo a seguire la squadra femminile quando militava nella serie B regionale, all’epoca era in crisi e non stava disputando un buon campionato. Le sfide non mi hanno mai spaventato, per questo ho deciso di rivoluzionare la squadra, arrivando così fino alle semifinali dei playoff. Tra l’altro, ero alla guida di ragazze con meno di vent’anni, insomma una squadra molto giovane che ha dimostrato cosa possono fare, per l’appunto, i giovani se stimolati a dovere. Sono rimasto lì dal 2015 al 2017, sono stati anni intensi». I ricordi, però non sono finiti qui, anzi. «Nel 2010 fui esonerato a Elmas dalla squadra maschile che militava in C2. Il giorno dopo venne al bar Bruno Perra, ovvero l’attuale presidente del Coni Sardegna, che mi propose di seguire l’Azzurrina ovvero la rappresentativa sarda femminile under 15 femminile che ogni anno partecipa al Torneo delle Regioni. È stato un altro bel momento: giocare a basket mi ha trasmesso il senso della disciplina e del sacrificio, mi ha forgiato e mi ha aiutato tanto anche nel mio lavoro. Essere stato un giocatore e successivamente un allenatore mi ha permesso di pretendere sempre di più da me stesso, ideale che cerco di trasmettere anche ai miei dipendenti in modo tale che diano sempre il massimo».
Le iniziative portate avanti da Tore, però, non finiscono di certo qui. «Da due anni per sette ore settimanali faccio anche il maestro di attività motorie per i bambini della scuola dell’infanzia che vanno dai 2 ai 5 anni e mezzo. Per me è un arricchimento umano enorme, è un po’ come tornare a quella fase della vita magica che è l’infanzia dove tutto appare più bello e speciale». Arriva la sera e il locale, contraddistinto da un elegante arredamento in legno radica, piano piano si svuota. È tempo dei saluti prima della chiusura in attesa di una nuova giornata di lavoro. «Quando vedo le persone con cui mi relaziono felici provo una soddisfazione enorme», conclude. «Il mio obiettivo è quello di creare un bar familiare dove fare sentire le persone a casa, non un semplice punto di passaggio». Il tramonto avvolge i tetti dei palazzi, Tore sorride e si incammina verso casa: il lungo viale è illuminato da luci soffuse, le macchine proseguono in differenti direzioni, c’è chi cammina, chi corre e chi ne approfitta per fermarsi un attimo a guardare davanti a sé. Il tempo della notte è arrivato ma una nuova giornata è dietro l’angolo, pronta a essere vissuta e a regalare nuovi ricordi da tenere stretti.



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