Massimo Stano e il coraggio di rialzarsi sempre

«Nulla ti viene regalato nello sport, i risultati possono essere raggiunti solamente se si lavora con fatica e sudore, anche la più piccola cosa va conquistata senza mai lasciare nulla al caso. Bisogna credere nei propri mezzi e avere la voglia di sognare in grande senza mai demordere. Così il sogno può tramutarsi in realtà». E se di sogni si parla, Massimo Stano ne ha tramutato tanti in concretezza, lasciando impresso per sempre il suo nome nella storia dell’atletica leggera: nel 2021 a Tokyo ha conquistato il titolo olimpico sulla 20 km di marcia, l’anno seguente si è laureato campione mondiale sulla 35 in quel di Oregon. Risultati che rappresentano il punto massimo delle aspirazioni di un atleta ma per chi come Stano conosce l’importanza del superarsi costantemente non ci sono traguardi impossibili: il portacolori delle Fiamme Oro, il 18 maggio a Podebrady in occasione dei campionati europei a squadre, ha trionfato sempre sui 35 km di marcia, siglando anche il nuovo record mondiale sulla distanza con il tempo di 2h20’43’’, trascinando la squadra azzurra sul gradino più alto del podio. Record, prestazioni maiuscole, gare affrontate sempre con il piglio del protagonista: Massimo Stano è tutto questo ma anche molto altro, grazie a una tenacia incrollabile che non lo ha mai abbandonato nemmeno nei momenti più difficili del suo percorso. Una tenacia dalla sua che, letteralmente, gli dà una marcia in più per porsi sempre nuovi obiettivi da raggiungere all’insegna del divertimento e dell’entusiasmo per ciò che fa quotidianamente con serietà e abnegazione affiancato dal suo tecnico Patrizio ‘’Patrick’’ Parcesepe. Tenacia, proprio così: prezioso e fondamentale asso nella manica quando sembra che non ci sia più nulla da fare, grazie a cui rialzarsi sempre  dopo le cadute e ripartire con ancora più determinazione e impegno.

Massimo sei reduce da una prova superba a Podebrady dove hai realizzato il record del mondo sui 35 km di marcia. Ti aspettavi un risultato di questo tipo?

Molto onestamente sapevo di essere in una buona forma, abbiamo fatto dei test in raduno a Ostia che facevano presagire un ottimo risultato vicino al record del mondo. Mi sono approcciato alla gara non per fare il record del mondo ma per fare sì che la nazionale salisse sul gradino più alto del podio. Al contempo, con il mio tecnico avevamo previsto di correre i venti chilometri conclusivi il più forte possibile qualora dal punto di vista tattico non ci fossero stati inconvenienti, impostando il tutto come una sfida con me stesso. Sino al trentesimo chilometro, tra l’altro, non usando il cronometro in gara non sapevo nemmeno di essere in linea, addirittura sotto, quello che sino a quel momento era il record del mondo.

Hai fatto registrare il tempo di 2h20’43”: a mente fredda, secondo te, saresti potuto scendere anche sotto il muro delle 2h20′?

Credo sia possibile marciare a 4 minuti netti a chilometro per 35 chilometri ma non so dire sinceramente se avessi avuto quel ritmo dall’inizio cosa sarebbe potuto accadere. Per il momento, onestamente, sono molto soddisfatto di come è andata, sono consapevole di aver fatto  una grande prestazione e questo mi dà molta fiducia. Spero, comunque, si possa marciare sempre più forte e che il confronto con gli avversari più competitivi porti ad abbattere il muro delle 2h20’.

 Ti sei espresso su livelli altissimi sia sulla 20 km che nella 35 km di marcia: quale delle due distanze senti più nelle tue corde?

Onestamente non ho una grossissima preferenza, perché comunque nella 20 km ho vinto il titolo olimpico così come l’anno dopo nella 35 km ho fatto mio il titolo mondiale. Se proprio dovessi scegliere, direi la 20 km perché in quella distanza ho conquistato il titolo olimpico però mi piacciono tanto entrambe le distanze. Secondo il mio personale parere, la 20 e la 35 si assomigliano molto come gare con l’unica differenza che la 35 è una sorta di 20 km allungata.

 L’anno scorso, ad aprile, hai dovuto fare i conti con un brutto infortunio al piede sinistro a pochi mesi dalle Olimpiadi di Parigi: in quei frangenti, dove trova un atleta la forza per non demordere?

Ad aprile dell’anno scorso ero in una forma strepitosa e quell’infortunio mi ha messo i bastoni tra le ruote notevolmente, è innegabile questo. Nonostante ciò, ho creduto fortemente di poter partecipare alle Olimpiadi e ho trascinato in questa ”follia” tutto il mio staff che mi ha seguito senza alcuna esitazione senza mai lasciarmi solo, riuscendo insieme a me a portare a compimento questa impresa. Ci sono stati momenti difficilissimi nel processo di recupero, ho avuto la fortuna di avere al fianco uno psicologo di spessore come Paolo Jesus Olivari che mi ha aiutato ad andare avanti accettando il mio infortunio senza piangermi addosso. Per superare questo tipo di ostacoli, serve un po’ di sana pazzia, questo brutto infortunio ha rappresentato uno dei momenti più difficili della mia vita che non augurerei mai a nessuno ma al contempo mi ha permesso di fare un ulteriore salto di qualità e di crescere ancora sotto tanti aspetti.

 Quanto è stato importante nella tua crescita il tuo tecnico Patrizio Parcesepe detto Patrick?

Sicuramente è stato il punto di svolta per me, mi ha permesso di resettare completamente e di cambiare il mio stile di marcia, consentendomi così di non essere più vittima degli infortuni che per lungo tempo mi hanno tormentato. Abbiamo costruito una nuova base e abbiamo avuto tanta pazienza, perché senza quella componente non si realizza nulla. Patrick è un tecnico di estrema preparazione, uno dei migliori al mondo, una figura preparatissima difficile da trovare, capace di seguire a trecentosessanta gradi gli atleti che allena. Il nostro incontro è stato fondamentale, senza di lui non sarei riuscito a ottenere i risultati che ho ottenuto sino ad ora. Negli anni tra di noi si è instaurato un rapporto sempre più solido e un’intesa sempre più forte che ci consente di capirci anche con un semplice sguardo. Tra di noi c’è una fiducia reciproca assoluta che ci permette di lavorare al meglio con la massima tranquillità.

 Analizziamo gli aspetti tecnici: qual è un allenamento che ami fare in particolare modo e quale seduta, invece, ti costa maggiore fatica dal punto di vista fisico e mentale?

Gli allenamenti di scarico sono quelli che mi creano più fatica, ad esempio i dieci chilometri la mattina e i dieci chilometri la sera di recupero li odio profondamente (sorride), perché è un tipo di allenamento che, pur essendo estremamente necessario, è noioso ed è come se ti spegnesse. Non c’è un allenamento che mi piace di più, ciò che amo però è che il lavoro con Patrick è molto variabile, cambia sempre. Proviamo allenamenti nuovi, in modo da vedere quali emozioni ci suscitano. Se proprio devo scegliere un allenamento che mi piace fare e che preferisco rispetto agli altri direi che è quello che facciamo a Roccaraso ossia una sessione medio-lunga in pianura e una sessione breve in salita, di tre chilometri, dove l’ultimo chilometro è veramente duro essendo affrontato nel punto di maggior pendenza. Come tutti i marciatori sono un po’ folle e affermo tranquillamente che fare tanta fatica mi piace tantissimo e mi diverte, è la normalità per me, una normalità che non smette di entusiasmarmi.

Quali saranno le prossime gare che disputerai in vista dei Mondiali di Tokyo?

Da qui a Tokyo ci sarà soltanto una gara ovvero quella di La Coruña il 7 giugno, in Spagna, poi  faremo un raduno in altura di quattro settimane a Roccaraso, poi il resto si farà ad Ostia sino alla partenza per Tokyo.

 Qual è l’insegnamento più prezioso che hai appreso durante la tua carriera sportiva?

Lo sport ti insegna la fratellanza e il suo grande valore, ti insegna che non ci sono differenze di religione e di cultura, ti fa capire che tutte le persone hanno le proprie peculiarità e ti insegna il rispetto per il prossimo. Grazie allo sport si possono conoscere tantissime persone sparse per tutto il mondo, è un arricchimento umano e culturale prezioso di cui bisogna fare tesoro.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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