Marcell Jacobs e un quinto posto che vale oro

Lottare nonostante tutto. Nonostante le preoccupazioni, nonostante la paura di non farcela. Marcell Jacobs sa bene che questo è uno degli insegnamenti più preziosi che trasmette l’atletica e proprio per questo stasera è sceso in pista in una finale sontuosa dei Giochi Olimpici a Parigi sui 100 metri con la consapevolezza di dover dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, di essere un grande campione sotto il profilo psicologico oltre che umano. Il responso del cronometro è chiaro: quinto posto nella prova più spettacolare, intensa e attesa della rassegna a cinque cerchi, con il personale stagionale di 9”85, sua terza migliore prestazione di sempre in carriera. Unico europeo in una finale di otto fuoriclasse assoluti che, stasera alle 21.54, hanno letteralmente ipnotizzato l’elegante e suggestivo Stade de France. A vincere è lo statunitense Noah Lyles in 9’’79 precedendo di una inezia il giamaicano Kishane Thompson che ha siglato il suo stesso tempo. Il bronzo va a un ottimo Fred Kerley in 9’’81, il quarto posto in 9’’82 spetta ad Akani Simbine.

Jacobs è lì a giocarsela in uno scenario incredibile: al campione olimpico uscente viene riservata la corsia 9, quella più esterna, sicuramente non la migliore per uno sprinter. Ma l’allievo di Rana Reider non è un atleta che cerca scuse e non si perde di certo d’animo. È conscio del cammino che lo ha portato fino a Parigi: 12 gare all’aperto prima dell’avventura a cinque cerchi, qualche fastidio fisico di troppo ma una tenacia incrollabile che non lo ha mai abbandonato nemmeno nei frangenti più cupi della sua preparazione. In batteria, ieri, corre in 10’’05 affermando senza mezzi termini al termine della sua gara di non essersi piaciuto minimamente. Circa due ore prima della finale, quest’oggi, nella sua semifinale è terzo e centra la qualificazione in finale con il settimo tempo complessivo correndo in 9’’92 che ha fatto ben sperare i tanti tifosi pronti a supportarlo: una prestazione di spessore cha ha rappresentato una dichiarazione di intenti sorniona e al contempo risoluta. Il momento più atteso, quello della finale, è adrenalina allo stato puro: gli avversari partono come saette, Jacobs fatica un pizzico di più prima di mettersi in assetto ma poi la sua falcata si fa più ampia metro dopo metro e il colpo di reni negli ultimissimi metri è incisivo. Sono tutti lì, in un soffio nel vero senso della parola: ognuno con la propria storia, ognuno con il proprio carattere e il proprio modo di gestire la tensione. C’è chi prima di partire si abbandona già a un’esultanza sfrenata come Lyles, chi come Jacobs invece rimane focalizzato sull’istante che sta vivendo, senza perdersi in rituali particolarmente vivaci sopra le righe. Ha il viso tirato, al contempo sereno di chi sa di aver fatto tutto ciò che era in suo potere per rendere al meglio. E così è stato.

Chi a livello mediatico, definirà la prova di Jacobs una debacle, probabilmente, dell’atletica comprende ben poco, e finirebbe per commettere un grosso errore di valutazione. Il tempo realizzato da Marcell, infatti, lo dimostra: ha corso una delle sue migliori prestazioni in carriera, a 29 anni prossimo ai 30 che compirà a settembre, arrivando all’appuntamento più importante della stagione con la migliore condizione possibile che gli è valsa il personale stagionale. Con i sé e con i ma, nulla si concretizza nello sport e a poco servirebbe aggrapparsi alle giustificazioni in questo caso. Certo è che, con qualche cavillo fisico di meno, forse Jacobs avrebbe potuto essere un avversario ancora più insidioso e ostico per Lyles e compari. Ma poco importa: ciò che contava era essere lì, era mettersi in gioco senza darsi per sconfitti, vincendo il timore dei giudizi di chi aspetta solo ed esclusivamente una mossa sbagliata, andando oltre il timore del tempo che passa e delle insicurezze che riguardano anche un numero uno indiscusso. Questo Marcell Jacobs lo ha fatto, dimostrando a ciascun atleta e appassionato che la vera sfida è con se stessi e che vale sempre la pena, nonostante tutto, affrontarla dando il meglio di sé, umanamente e sportivamente. Guidato ancora una volta da quell’amore per l’atletica che, come scriveva saggiamente William Shakespeare, si è dimostrato un faro sempre fisso per il campione olimpico di Tokyo 2021 della gara regina delle prove sul tartan, in grado di sovrastare la tempesta e di non vacillare mai.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

GUARDA ANCHE