Piero Ciampi e l’arte di saper guardare dentro e fuori il proprio animo con disincanto

Ridere sui colpi bassi della vita, sulle sue incongruenze, sulle frasi dette giusto per da persone vuote e superficiali. Riderci sopra, proprio così, con un piglio elegantemente beffardo e ironico proprio come, in fin dei conti, è l’esistenza con cui quotidianamente facciamo i conti nel bene e nel male. È un compito difficile, un compito a cui Piero Ciampi – uno dei più grandi cantautori nostrani livornese classe 1934 venuto a mancare nel 1984 – non si è mai sottratto, dimostrando un talento raro in quanto puro, cristallino, lontano da ammorbanti logiche di mercato che a nulla di artisticamente valido conducono. Un talento unico che affiora appieno dal suo quarto e ultimo disco dal titolo ‘’Dentro e fuori’’ di cui nel 2026 ricorrono i cinquant’anni dalla pubblicazione.

Un progetto di una profondità spiccata, costituito da tredici tracce, che si apre con l’ipnotica ‘’L’incontro’’ in cui un piano malinconico e soffuso permea le prime parole del cantautore livornese: «Domani la mia camicia sarà pulita». E così sia allora, camicia nuova di zecca da indossare e via sul porto di Livorno in cui Ciampi ricorda, con l’estro del narratore genuino estremamente sincero verso se stesso e verso l’esterno a cui si rivolge, che ogni sera porta con sé un addio che merita di essere assaporato appieno, anche se nel farlo un pezzo di cuore va via per sempre. Ciampi cammina sornione tra lupi, sa che l’assenza è un assedio a cui resistere è complesso, parla delle proprie ferite del cuore, incrociando occhi stravolti e inquieti come i suoi in cui ritrovare una parte preziosa di sé.

Tra la gente distratta scorge un volto di primavera, puro e non piegato ai luoghi comuni. Il paroliere livornese non ha timore di ricoprire il ruolo di Don Chisciotte e si forgia della sua risolutezza grazie a cui non dare adito a quelle che definisce con un pizzico di doverosa stizza «cento false parole e non una sincera». La chiusura di un disco che può essere considerato a pieno titolo come un testamento è affidata a una solennità pacata, velata da una malinconia dalle sfumature pungenti e divertite racchiuse in questi versi: «solenne la sera mi scoprì furente proteso a sverginare una stella». Una stella verso cui dirigersi per un attimo d’amore, magari solo carnale o magari dotato di un briciolo di enigmatica spiritualità in cui trovare riparo. In entrambi i casi, una stella capace di illuminare anche i tragitti più cupi, quelli apparentemente più accidentati e insidiosi in cui trovare la propria direzione sembra un’utopia.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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