La ”Musica senza musicisti” di Dargen D’Amico: un’opera tra sperimentazione, eleganza e disincanto

«Sono molte le cose storte, ahimè, nel Paese: ma di perfetto, al mondo, non c’è niente. E dopo tutto, via, tiriamo avanti». A scrivere queste parole è il più grande poeta greco moderno di tutti i tempi ovvero Konstantinos Kavafis nel suo componimento ‘’In una grande colonia greca’’. A farle proprie, ironizzando su una società estremamente frammentata, precaria, distratta e beffarda è Jacopo D’Amico in arte Dargen D’amico uno dei più grandi liricisti del rap italico. Poliedrico, brillante, sagace, imprevedibile: questo e molto altro è Dargen che sin dagli esordi nel ‘’Circolo’’ di Milano e nelle Sacre Scuole – in compagnia di Fame e del Guercio – ha mostrato un’alchimia con la parola notevole e assolutamente peculiare. Un’alchimia che traspare appieno del suo primo disco solista intitolato ‘’Musica senza Musicisti’’, pubblicato nel 2006 all’età di venticinque anni, contenente al suo interno ben 23 brani – arrivati dopo un po’ di anni di silenzio al termine dell’esperienza con le Sacre Scuole – prodotti dallo stesso Dargen, dal compare di sempre Francesco Gaudesi, da Danti dei Two Fingerz, da Phra dei Crookers e da Steno Fonda, non mancano anche alcune collaborazioni a livello vocale che rispondono ai nomi dello stesso Danti e di Emiliano Pepe con la sua voce delicata e ipnotica.

Definire un disco di questo tipo sarebbe inutile: il progetto è talmente avanti rispetto ai canoni dell’epoca, e forse persino a quelli attuali, che le definizioni che evita con una disinvoltura degna solo di un fuoriclasse quale Dargen è sin dal principio. Il disco alterna tracce superiori ai cinque minuti a brani di estrema intensità, a tratti persino dolorosa, che durano poco più di un minuto. La metrica è tutto fuorché lineare, le basi in certi frangenti sembrano distorte, persino prive di quella melodia che da una canzone ci si aspetta, i ritornelli addirittura mancano in alcuni casi, il taglio dato al tutto è in parte lucido e concreto in parte delirante e comprensibile. Insomma, di primo acchito si potrebbe pensare a un grande calderone confuso ma è proprio questa confusione a rendere il progetto una gemma in una discografia nostrana appiattita da tempo immemore su formule trite e ritrite che annoiano e stufano. Formule che Dargen schiva grazie a un estro unico, grazie alla sua capacità di sondare terreni che altri mai considererebbero, librandosi in tutta la sua personalità, istrionica e in grado di coniugare influenze che – apparentemente – potrebbero sembrare persino agli antipodi.

Il progetto di apre con ‘’Signora del lago’’ caratterizzata da un ritornello magnetico e fluente, dotato di quella raffinatezza delirante che lo rende magico. In ‘’Ricollocamento di un operaio’’ si focalizza sul precariato, sulla difficoltà nel trovare un lavoro che si ama, raccontando le miserie della quotidianità in maniera nitida, concedendosi anche il lusso di qualche punzecchiatura a chi si atteggia da grande boss pur non essendolo, come traspare da queste parole: «il contro di una vita goodfella è che finisce presto in una bara e in una cella». Traspare anche una alchimia umana, musicale e lirica degna di nota con Danti dalle tracce ‘’Corallo e vespe’’ e ‘’Non la 1 ma la 2’’. Dal punto di vista concettuale spicca un brano come ‘’La prima risposta’’ dove con ironia disincantata il buon D’Amico mette alla berlina luoghi comuni e banalità tutte italiche, tirando le orecchie a personaggi politici noti come Craxi e Cossiga.

Una profondità esistenziale lacerante nel descrivere in poco più di un minuto il dramma di chi si trova tra la vita e la morte traspare da ‘’Quando la linea della vita risulta occupata’’, da segnalare anche la struggente rilettura della sua strofa contenuta nel brano del 1999 delle Sacre Scuole ‘’Tempo critico’’ in cui le sue parole scandite delicatamente sono accompagnate da un tappeto ritmico all’insegna di una melodia malinconica di chitarra e dalle percussioni. Musica senza musicisti, di questo si parlava. Musica che resta, musica che spinge a uscire dalla propria zona comfort. Musica che che ha il coraggio di scavare in profondità senza accontentarsi di risposte spicce, musica che colpisce e convince, musica che lascia un segno. Musica che non è solamente musica ma qualcosa di più profondo, capace di resistere al tempo che scorre.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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