Anjali Bhatia – From riot punk to cinematic downtempo

Intervista esclusiva all’artista londinese ANJALI BHATIA – cantante, musicista, producer e DJ – in procinto di pubblicare un nuovo album, a distanza di più di 20 anni dal suo ultimo lavoro. 

Vorresti leggere l’intervista orginale in inglese?  Click here  https://bit.ly/46c0rh5    for the english version

 

  1. Partiamo dai tuoi esordi nella Londra dei primi anni ‘90: una breve permanenza nei Mambo Taxi, poi la formazione della “all girls band”, Voodoo Queens: entrambi i progetti erano caratterizzati da una forte carica punk-rock e da testi anticonvenzionali e anti-commerciali. Cosa puoi raccontarci di quei giorni?

 

Londra era un posto piuttosto eccitante nei primi anni ’90, c’erano molti squat, concerti e rave. La scena musicale era davvero vibrante e variopinta, tutti quelli che conoscevo sembrava suonassero in una band ed ho avuto la fortuna di vivere in uno squat dove avevamo una sala prove con molti strumenti allestiti. All’epoca frequentavo l’Istituto d’arte e ho deciso di fondare una band con alcuni amici. Nei Mambo Taxi suonavo la batteria, ma presto me ne andai per formare le Voodoo Queens in cui suonavo la chitarra e cantavo; amavo molti tipi di musica diversi, ma con le Voodoo Queens volevamo assolutamente avere un’etica punk, io immagino che non fosse qualcosa su cui avevamo un programma al riguardo, è semplicemente successo in modo naturale.

 

  1. In brani come “Prom Queen”, “Supermodel Superficial” o “Kenuwee Head” sembri letteralmente prendere in giro situazioni e luoghi comuni come “il primo ballo”, il culto dell’estetica o l’isterismo dei fan per l’attore o l’attrice di turno: da cosa derivava quest’attitudine “riot” e come mai avete scelto il punk come veicolo?

 

Stavamo assistendo a tutto questo fenomeno della top model “eroina chic e naif” sorgere intorno a noi e ci siamo sentite piuttosto arrabbiate per il modo in cui l’immagine femminile veniva rappresentata attraverso il potere dell’industria della moda.. volevamo mobilitarci contro quelle immagini irrealistiche e negative! Ci sembrava stesse avendo un effetto negativo su molte donne, specialmente su quelle con disturbi alimentari e problemi di immagine corporea. La nostra rabbia proveniva da un sentimento genuino! Eravamo, però, anche molto interessate alla cultura pop e molte delle nostre idee provenivano da quel serbatoio. Eravamo grandi fan dei film di Bill e Ted e di Keanu Reeves, quindi abbiamo deciso di scrivere una canzone su di lui all’epoca in cui non era molto conosciuto, un po’ un attore di culto!

 

 

  1. Nell’album “Chocolate Revenge” del 1994, pur mantenendo il tiro punk, il suono si fa più “garage rock” con frequenti inserti di organo Sixties ed un cantato meno rabbioso: come funzionava il processo creativo nella band? Quali erano le diverse influenze?

 

I nostri concerti dal vivo erano molto più chiassosi dell’album! All’epoca eravamo influenzati da The Slits, X-Ray Spex, il garage rock degli anni ’60 come le collezioni “The Girls From the Garage”, tra le tante. Le canzoni erano per lo più scritte con la chitarra, e da lì facevamo rumore! (ride) Scherzo, in realtà abbiamo lavorato con il produttore, Nick Page, che voleva creare un suono più “elegante” nell’album, ed avevamo alcune canzoni più lente e melodiche – come “Neptune” e “Cactus Trees” – alle quali la produzione si adattava molto bene.

 

 

 

  1. Dopo le Voodoo Queens e centinaia di concerti, nel 1996 cominci la tua avventura solista, cambiando completamente suono, mutando pelle e recuperando quelle che, immagino, siano una serie di influenze date, da una parte, dagli ascolti dei dischi dei tuoi genitori (fra easy listening, colonne sonore e musica indiana tradizionale), e dall’altra, recependo i nuovi beat e le tecnologie che la musica dance ed il circuito dei club londinesi e americani  stavano sviluppando: come sei arrivata alla scelta di produrre la tua nuova musica e come hai intercettato da subito ingengeri del suono e produttori come Dan Swift, Boymerang, Spykidelic o Kevin Paul?

 

Mi è piaciuto moltissimo stare in una band come le Voodoo Queens. Abbiamo avuto il nostro momento – questo è certo, abbiamo fatto tournée in tutta Europa, pubblicato molti dischi, registrato molte John Peel Sessions e, in generale, stavamo vivendo il sogno Voodoo! Tuttavia, ho scoperto che far parte di una “guitar band” è un po’ vincolante e, come artista, penso che tu abbia sempre bisogno di evolverti, trasformarti e svilupparti. Inoltre, sentivo di avere molte idee da esplorare, mi stavo appassionando sempre di più alla musica elettronica e amavo la natura avventurosa e sperimentale di tutto ciò. Ho iniziato acquistando un quattro tracce e poi sono passata ad investire in un campionatore e un Atari. Avevo messo insieme un sacco di dischi easy listening / colonne sonore Bollywood nel corso degli anni ed ho deciso di campionare alcuni suoni da questi vinili aggiungendo i miei “svolazzi” vocali. Spykidelic è stato l’unico co-produttore/autore con cui ho lavorato su alcune delle mie canzoni seminali. Kevin, Boymerang e Dan Swift hanno fatto un ottimo lavoro nel mixare alcune tracce ed è stato un piacere lavorare con loro. Dan Swift ha principalmente mixato il mio album di debutto “Anjali” e siamo stati così fortunati a lavorare in studi come il Blackwing, dove anche i Depeche Mode e i My Bloody Valentine avevano mixato i loro album. Ho anche collaborato con un fantastico mixer/ingegnere del suono, Mads Bjerke (tra gli altri, con Spiritualized e Spring Heeled Jack) che ha capito perfettamente che tipo di suono volevamo quando stavamo mixando “The World of Lady A” e, prima, “Lazy Lagoon”.

 

 

  1. I singoli che produci tra il 1996 ed il 1999 sono fortemente basati sulla “sample culture”: un costante taglia e cuci tra campioni da vecchi vinili, la tua stessa voce o da suoni metropolitani, con “extra beats” sempre più rocciosi: raccontaci un po’ il tuo modus operandi nei primi lavori.

 

In genere stavo sperimentando con i campionamenti e “tagliando” i suoni (cut’n’paste); è stato tutto un grande processo di apprendimento per me, dato che non ero abituata a lavorare con tale tecnologia, ed è stata una vera sfida, ma ha aperto una cornucopia di possibilità. Avevo il mio deck Technics collegato al campionatore e passavo ore e giorni a sfogliare vinili diversi, alla ricerca di ritmi o brani insoliti. Spykidelic era (ed è tuttora) un serio “record digger”, ed all’epoca lavorava nel negozio Reckless Records. Poi ho anche usato la mia voce come strumento ed abbiamo suonato chitarra e sintetizzatori da sovrapporre ai campionamenti.

 

  1. Con il tuo primo omonimo album ti presenti al pubblico, finalmente in veste di chanteuse: un disco di canzoni raffinate, eleganti, nel quale campionamenti e strumenti reali trovano un perfetto equilibrio, in bilico tra jazz, exotica, cinematic grooves e trip-hop. Cosa puoi raccontarci di questo primo album prodotto da te e Spykidelic?

 

Dopo aver sperimentato molto con ritmi e suoni sui brani dell’era dei 12 pollici (raccolti nel 2000 sulla compilation “Sheer Witchery” su Wiiija Records), era giunto il momento di produrre un LP. Non avevamo un’agenda specifica per l’album, si è semplicemente lavorato in modo naturale, combinando tutte le nostre influenze ed altro ancora. Avere un budget per l’album da parte dell’etichetta discografica Wiija Records significava che potevamo coinvolgere da subito anche alcuni musicisti, seppur con un budget piuttosto stretto abbiamo cercato di farlo in grande! Anche la voce è diventata improvvisamente più importante, insieme ai testi, e gran parte dell’album è stata maggiormente strutturata sulla forma canzone rispetto ai singoli precedenti. Fortunatamente, l’album è andato molto bene in Francia, e ho trascorso molto tempo a Parigi per promuovere il disco. Un’esperienza straordinaria.

 

 

  1. Nel 2003 pubblichi il tuo secondo album “The world of Lady A”, disco in cui la quasi totalità della musica è registrata con strumentisti, larghi ensemble ed una produzione ricca, che non rinuncia perà al groove ed alla spinta ritmica. Un disco più che mai ricco di influenze che abbracciano cool jazz, bossa nova, musica indiana per sitar, garage rock psichedelico e spy soundtracks. Ancora una volta Spykidelic dietro al banco di controllo; come siete arrivati alla scelta di produrre il disco in questo modo?

 

In “The World of Lady A” ho lavorato ancora una volta su alcuni brani con Spykidelic. Avevo anche scritto alcune canzoni con la chitarra, come “Rainy Day”, e con un budget maggiore ovviamente siamo stati in grado di chiamare sezioni di archi e più musicisti! Abbiamo lavorato con una band chiamata Black Madonnas su parte del traccia “Ain’t No Friend”: Spykidelic aveva l’idea di creare un finale psichedelico per la canzone, quindi abbiamo registrato molte delle loro chitarre attraverso un Fender Twin Reverb per il lungo outro. Immagino che l’idea di “The World of Lady A” fosse quasi di produrre un disco di “library music” in cui ci sono molti stili e strumenti diversi ed, in effetti, gran parte della musica è stata successivamente utilizzata in film e TV. Lyle Hysen (Bank Robber Music), che all’epoca lavorava per la sede americana di Beggars Banquet Records nel dipartimento di sincronizzazione, pensava che l’album sarebbe stato perfetto per i posizionamenti cinematografici e televisivi e ha presentato il disco ai supervisori musicali. Grazie a lui abbiamo ottenuto tante sincronizzazioni!

 

 

  1. I tuoi brani sono stati, infatti, spesso sincronizzati in film e serie tv: puoi elencarci qualche utilizzo della tua musica che ti ha fatto particolarmente piacere? Inoltre, hai mai pensato o ti è capitata l’occasione di poter comporre una colonna sonora originale?

 

Essendo un fan della “musica da sonorizzazione” è stato fantastico avere brani sincronizzati in film e serie TV. La mia “Misty Canyon” utilizzata nel film “Mean Girls” (2004) è stata davvero un vero piacere, perché ho adorato il film e sono un grande fan di Tina Fey, che ha scritto la sceneggiatura. Inoltre, vengo da una famiglia che ama il cricket ed ascoltare la mia “Stinging Sitars x9” in un documentario di Sky TV sul cricket a Mumbai, è stato un momento fantastico perché mio padre era molto orgoglioso! È stato utilizzato sia come sigla introduttiva e finale, che come musica occasionale in tutto il documentario. Non ho avuto ancora la possibilità di comporre una colonna sonora originale per un film, ma ho scitto un brano per lo spot di un’auto Lexus, ed ho inoltre composto un brano musicale per lo show di “Immodesty Blaize”, spettacolo di Burlesque a Camden Town.

 

  1. Oltre che cantante/producer sei anche una dj: che tipo di set proponi e dove è possibile ascoltarti in questa veste?

 

Di solito suono un vero mix di musica. Ho una collezione di dischi piuttosto varia, perciò ho fatto il dj in situazioni molto diverse: dai concerti con Rory Moore (il fantastico Lowry Organ jazz player) e, come detto, per alcuni spettacoli di Burlesque di Immodesty Blaize a Londra. Ho avuto la fortuna ed il piacere di suonare i miei dischi all’after show party di Beck! Ho anche suonato alcuni dj set per Le Tigre durante parte del loro tour europeo in Germania; ho adorato poter fare un dj set downtempo nel cortile del Victoria and Albert Museum di Londra, è stato davvero magico. Di solito suono un mix di brani dalle comllezioni “Easy Tempo” e musica funky sitar dalle colonne sonore di Bollywood, oppure faccio un set downtempo/cinematografico… ad essere onesta, suono qualsiasi cosa, da Neneh Cherry ai Neubauten! Non ho niente in cantiere al momento perché sono totalmente impegnata sul mio nuovo album, ma spero di tirare di nuovo fuori la borsa dei dischi prima o poi!

 

  1. Stai preparando un nuovo disco, a distanza di tempo dal tuo ultimo album, ed in questi anni abbiamo avuto (ed abbiamo ancora) pandemia e guerre: cosa pensi della situazione attuale e come si ripercuote sul disco che stai scrivendo?

 

Purtroppo sembra che ci sia sempre un po’ di turbolenza da qualche parte, ma mentre mi concentro sul mio album, tendo a essere piuttosto chiusa, non guardo nemmeno la TV! Questo album ha davvero una dimensione intima e personale, quindi sono stata più influenzata da quello che sta succedendo o è successo nella mia vita negli ultimi anni, e sto cercando di approfondire questo aspetto; la pandemia è stata – se ci penso – un momento davvero cruciale e difficile, ma ho suonato molto la chitarra e ho composto le canzoni proprio in quel periodo.

 

  1. Non vediamo l’ora di poter ascoltare le tue nuove canzoni!

 

 

Gianmarco Diana

 

 

Gianmarco Diana

Gianmarco Diana

Gianmarco Diana, cagliaritano, classe 1973, laureato in Giurisprudenza. Musicista, autore e compositore con SIKI (ex SIKITIKIS), DANCEFLOOR STOMPERS e altri progetti legati alla musica da colonna sonora e alle sonorizzazioni live (SKTKS - Braindept.). Ideatore e conduttore del format web-radio CinematiCA - Suoni da e per il Cinema; collabora con il portale Colonne Sonore e con i Festival Creuza de Mà - Musica per Cinema, Cinema delle Terre del Mare (Cineteca Sarda Umanitaria, Alghero), Marina Cafe Noir (Cagliari), Skepto Short Film Festival (Cagliari), Babel Film Festival (Cagliari),etc. Ha scritto per L’Unione Sarda e per diverse pubblicazioni di saggistica cinematografica e musicale, oltre che le note di copertina di alcune recenti ristampe di colonnes onore. Music Selecter poliedrico, ha prestato la propria partecipazione all’interno di diversi festival musicali e culturali e delle principali manifestazioni del settore, attraverso concerti, DJset, interventi critici, articoli giornalistici, reading e gestione/conduzione di eventi.

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