Tomaso Tiddia e i suoi “Sconosciuti fratelli”: un ritorno in grande stile

Da dove nasce la poesia? Ciascun individuo, almeno una volta nella vita, si è posto questa domanda, tanto magica quanto dolorosa in quanto trovare una risposta valida a tale quesito è praticamente impossibile. Perché questo? Perché la bellezza della poesia sta nel mistero, risiede nei silenzi che in pochissimi sono in grado di cogliere e fare propri. Tomaso Tiddia è tra questi, grazie a una sensibilità rara e a una capacità spiccata di trarre linfa vitale anche nelle minime cose che ai più sfuggono. Aspetti, questi, che confluiscono nella sua seconda raccolta poetica intitolata ‘’Sconosciuti fratelli’’ pubblicata l’11 luglio per la casa editrice RP libri, avente al suo interno 64 componimenti realizzati tra il 1993 e il 2008. Componimenti che lasciano il segno, creando una silloge che profuma di vita vera, sofferta, passionale in grado di mostrare in maniera sempre più nitida il talento del poeta e libraio cagliaritano classe 1965, che l’anno scorso ha fatto il suo esordio con la raccolta ‘’L’azzurro e il rosso cielo’’.

L’opera di Tiddia, arricchita dall’introduzione di un poeta di spessore quale Antonio Bux e dalla postfazione del filosofo Emanuele Dattilo, si caratterizza per poesie raffinate che si collocano a metà tra le tele del precisionismo della pittrice statunitense Georgia O’ Keeffe – a cui l’accomuna la ricerca della precisione stilistica – e l’ermetismo denso ed evocativo impersonificato da un fuoriclasse come il poeta francese Stéphane Mallarmé. La scrittura di Tomaso evoca corporeità, allo stesso tempo sa essere astrale e sfumata riuscendo a portare i lettori verso lidi sfumati ma che è possibile toccare con mano, basta solo lasciarsi guidare dalle sensazioni per un attimo. Antonio Bux, nell’introduzione, scrive che nella nuova silloge dell’autore «l’esperienza poetica si trasforma non solo in incontro ma anche in interferenza tra le connessioni dell’intero cosmo». Connessioni che non sfuggono allo sguardo attento di Tomaso Tiddia abile nel farle proprie e a tramutarle in versi che restano impressi.

Versi delicati e sognanti come quelli dedicati alla figlia Carlotta in ‘’Nascita di una poetessa’’ in cui la ricerca dell’essenzialità è condensata da parole come «l’amore nulla per sé ha da tenere». Un amore struggente e pacato che ritroviamo anche in ‘’Sostenendo abissi tristi’’ così come ne ‘’L’inverno il mare si lascia guardare’’ dove basta leggere la prima riga per essere proiettati in una passeggiata silenziosa sulla battigia, a tu per tu con i propri pensieri. Pensieri che affiorano da ‘’Volgersi al cielo senza clamore’’ dove Tiddia definisce lo splendore come «un bilico di rocce lungo cui discendono le vie» e la poesia come un qualcosa che «avanza in solitudine, corpo di potenze». Un corpo con cui Tiddia è in perfetta simbiosi, dimostrandosi poeta autentico, capace di amalgamare le parole a suo piacimento, dando vita a un teatro dove gli attori che calcano il palcoscenico sono versi dalle molteplici forme e dalle variegate sfumature. Sfumature che emergono appieno nei due componimenti che chiudono la raccolta ovvero ‘’Mare, sono io il ventriloquo o è questo’’ e ‘’Altra strada è l’assenza’’, in cui emerge un modo diverso di interpretare e vedere l’assenza di qualcuno: un modo peculiare, privo di rancore e decisamente più rivolto verso la speranza e la gioia del ritorno. Due prove di grande liricismo che suggellano quanto espresso in precedenza.

Nella postfazione dell’opera, Emanuele Dattilo definisce queste poesie come delle «annunciazioni», in grado di «squarciare un velo». Basta soffermarsi su quanto contenuto all’interno della silloge per comprendere che le cose stanno proprio così e che, nel vero senso della parola, ogni poesia è una annunciazione. Di cosa ci si potrebbe chiedere? Difficile dirlo: la loro bellezza sta nel fatto che annunciano qualcosa di indefinito, qualcosa che sfugge alle definizioni ma che sa depositarsi nell’animo di chi leggerà, offrendo quell’attimo di quiete necessario per affrontare una realtà sempre più veloce e, talvolta, distratta ma mai del tutto impermeabile alla dolcezza eterna dell’arte poetica.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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