Dove può condurre la gelosia? Sino a dove possono spingersi le persone che di essa sono succubi? Queste domande vengono naturali leggendo ‘’Sempre caro’’ di Marcello Fois – classe 1960 nato a Nuoro – uno degli autori più brillanti e apprezzati della letteratura sarda, opera pubblicata per la prima volta nel 1998 dalla casa editrice Il Maestrale, tassello iniziale di una trilogia ambientata nella Nuoro di fine Ottocento costituita da ‘’Sangue dal cielo’’ e ‘’L’altro mondo’’, con protagonista l’avvocato e poeta Bustianu Satta – personaggio modellato sulla figura realmente esistita di Sebastiano Satta nato nel 1867 e venuto a mancare prematuramente nel 1914 – giovane principe del foro e letterato di trent’anni, figlio di Raimonda con cui ha un rapporto conflittuale e intenso. Bustianu è un giovane atipico, è lui stesso a dirlo: si sente già vecchio, guarda i ragazzi e le ragazze poco più piccoli di lui – pur essendo giovane a sua volta – con distacco e un velo di malinconia, è solitario senza però sentire il peso di ciò ma anzi, riuscendo a cogliere dalla solitudine ispirazione per i propri versi e per la sua attività forense. Se è vero che ogni titolo di un’opera letteraria contiene in sé alcuni dei significati più profondi di quanto poi viene affrontato al suo interno, questo libro ne è la piena dimostrazione: Fois, infatti, fa riferimento all’iconica poesia di Giacomo Leopardi ‘’L’Infinito’’ – pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1825 sulla rivista milanese ‘’Nuovo Ricoglitore’’ – e alle prime parole utilizzate nel verso iniziale ovvero ‘’sempre caro’’, proprio come sempre caro è per l’inquieto Bustianu – chiamato affettuosamente da tutte e da tutti ‘’s’abbocà’’ – il tragitto che fa dopo pranzo verso le località di Biscolai e Sant’Onofrio, incurante delle condizioni climatiche avverse che per lui non rappresentano di certo un problema. Questa sua passeggiata quotidiana sa di rituale, un rituale laico che lo rigenera, che gli consente di toccare con mano quella natura incontaminata della sua terra che sente profondamente sulla propria pella, un rituale scandito da passi che lo conducono al raggiungimento della verità. Ecco, la verità: questo è un altro dei temi portanti di un’opera che si distingue per vivacità linguistica e per quella brevitas che consente all’autore di andare dritto al punto concentrando in meno di cento pagine messaggi e concetti rilevanti espressi con chiarezza.
Bustianu è il protagonista di questo atto iniziale della trilogia firmata da Marcello Fois e si trova a dover difendere il giovanissimo e passionale Zenobi Sanna dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, figlio della malinconica Tzia Rosina, fattosi latitante dopo essere stato accusato ingiustamente di aver rubato alcuni agnelli appartenenti alla famiglia Casula Pes per cui lavorava con impegno e massima abnegazione. Il giovane Zenobi è innamorato, e a sua volta ricambiato, dall’affascinante Sisinnia dai capelli scuri e dagli occhi verdi, figlia del datore di lavoro di Zenobi ovvero Cosma e di Dolores, donna che sin da subito appare come ambigua e poco limpida negli intenti. Bustianu capisce subito che qualcosa non torna e sa bene che, seppur la situazione di Zenobi sia obiettivamente disperata, è necessario indagare a fondo per capire davvero come sono andate le vicende, apparse immediatamente come parecchio intricate e fosche. Gli spunti di riflessione non mancano e arrivano anche da persone da cui, apparentemente, non ci si aspetterebbe granché come ad esempio lo scorbutico maresciallo Tuvoni che, senza peli sulla lingua, afferma mentre dialoga con Bustianu: «non c’è posto al mondo dove ci siano più cose da nascondere di questo». Un mondo complesso questo dove, come riflette Bustianu, è facile incappare in storie che ti fregano, storie che sembra di avere sotto controllo e che invece, alla fine, non si riesce a controllare per nulla.
Proprio così, è un mondo strano questo e il protagonista lo sa bene come sa che il tempo cambia le menti, i costumi, le certezze e persino quelle cose che paiono inalterabili. Eppure Bustianu non si arrende, vuole vederci chiaro ed è pronto a tutto per farlo, essendo testardo, profondamente oltre che barbaricino, come lui stesso si definisce, aspetto questo sottolineato con una punta di orgoglio e di fierezza che non guastano di certo. E sarà proprio questa testardaggine ereditata dal luogo in cui è nato e cresciuto a fare sì che Bustianu trovi la verità: la sua caparbietà gli consentirà di scagionare Zenobi, vittima di una tresca architettata da Dolores – che arriverà a uccidere il marito nel momento in cui quest’ultimo si accorgerà che il povero Zenobi era innocente e ignaro del furto di bestiame – insieme a Bartolomeo fratello di Cosma, da sempre segretamente innamorato della cognata per la quale ha perso la testa, arrivando a dannarsi l’anima come rivela a Bustianu con fare affranto. Zenobi riuscirà a venire fuori da una triste vicenda e a coronare il suo sogno d’amore con Sisinnia, conquistando quel lieto fine tanto atteso e per cui ha tanto sofferto. Le pagine finali condensano il senso profondo di un’opera che, a distanza di quasi trent’anni dalla sua prima pubblicazione, merita di essere riletta e approfondita con occhi attenti: Fois analizza tramite Bustianu, assorto sulla cima del colle da sempre meta della sua consueta passeggiata pomeridiana, il rapporto tra un sardo e la propria terra, un rapporto che va al di là del semplice affetto. Significative e di grande impatto emotivo le parole di Bustianu che colpiscono per la loro poeticità e la loro schiettezza: «Eccomi ancora a ferirmi di tanta bellezza, quasi stordito, quasi annichilito. Enormità contro pochezza. Sublime che colpisce al ventre e al petto. Questa terra è il mio penare e il mio gioire. Insieme». Sembra un paradosso, eppure è così: odi et amo, per rifarsi al celebre carme di Catullo, letizia e sofferenza, luce e al contempo oscurità. Tasselli differenti, spesso agli antipodi, ma complementari e fondamentali per dare vita alla realtà, mosaico ricco di sfumature da cogliere e da cui tanto può essere appreso. Basta solo saper ascoltare, stare in silenzio e farsi cullare dal dolce naufragare dei pensieri.



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