Robert Louis Stevenson – Lo strano caso del Dottor Jekill e di Mister Hyde

Londra, anni Ottanta dell’Ottocento. Siamo nella tarda età vittoriana, età di perbenismo di facciata, di divisioni sociali nette e palesi ed alternanza tra i quartieri borghesi e le periferie, malfamate, sporche e pericolose, i luoghi dove –per citare Fabrizio De André –  “[…] Il sole del Buon Dio non da i suoi raggi/ ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”. In questo contesto industriale, caotica, in bilico tra la tradizione e la modernità, un individuo si muove. Nefando, disgustoso, raccapricciante, compie atti osceni ed è puro emblema dell’altra facciata dell’età Vittoriana: il Male. Questo individuo, si scoprirà, si chiama Edward Hyde, non ha una professione ma è strettamente collegato e legato ad un insigne, rispettabilissimo e “Vittoriano” (nel puro significato etimologico del termino) Medico: Henry Jekill.

HYDE AND SEEK IN LONDON TOWN

Il primo personaggio che incontriamo è il Nefando Hyde, che impatta nella vita di John Utterson, notaio e grande amico di Jekill. Utterson, testimone dei fatti, prova da subito un forte senso di sospetto nei confronti della relazione, malata e parassitica, che intercorre tra il buon Jekill ed il “weird” Hyde.

In un crescendo di episodi surreali, omicidi e sospetti, si arriverà ad un finale che lascerà senza parole, realmente.

PERCHÉ LEGGERLO

“Lo Strano caso del Dottor Jekill e Mr. Hyde” è uno dei romanzi capostipiti del genere “Gothic”, nato con “Il Castello di Otranto” di Walpole ed esploso nell’Ottocento, spinto da pilastri quali “Frankenstein” e “Dracula”. Il libro di Stevenson –non solo rispetta appieno gli stilemi del Gotico- solleva la copertina damascata del Vittorianesimo Inglese, mostrando l’altro lato della medaglia, il Male nascosto da un bene di facciata, l’ipocrisia del genere umano. Uno squarcio amaro, creato da un maestro qual era Stevenson. Stevenson che passerà gli ultimi anni della sua vita a Samoa, dov’era conosciuto come il “Tusitala (Narratore di Storie in Samoano, NdA) e che morirà dopo un ictus cerebrale, esclamando: “Mio Dio, cosa è successo alla mia faccia?”.

Un epilogo che –casualità– sarebbe potuto essere quello del suo romanzo.

 

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A. b. C. Alberto Caboni

Nato l’anno dopo il trionfo del Mundial Spagnolo nella millenaria città di Cagliari, muove i suoi primi passi con una penna in mano, alla ricerca costante di fogli bianchi da riempire di lettere, parole, periodi, paragrafi. Dietro l’acronimo-pseudonimo si nasconde un essere senza volto (o quasi).

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