Mauro Corona – Vajont: quelli del dopo

Un libro da poter leggere tutto d’un fiato, per tutti gli amanti della narrativa che tratta storie vere, Vajont: quelli del dopo parla della catastrofe vissuta dal punto di vista di alcuni abitanti, superstiti dopo oltre 50 anni, i quali raccontano della tragedia che hanno visto con i loro occhi. Più di 2000 morti, centinaia di bambini. Lo scrittore, Mauro Corona, all’epoca dei fatti era un bambino e l’evento lo segnò profondamente. Ambientato a Erto in una Osteria, dove Oste e 4 o 5 vecchi frequentatori tra bevute, discutono e maledicono la S. A. D. E che ha costruito la Diga, l’Enel e uno Stato che ha tentato di sistemare e mettere a tacere le vittime con risarcimenti e raggiri, spopolando e facendo morire i paesi di Erto E Casso. Dalla narrazione, infatti, emerge il ritratto di un piccolo popolo pieno di dolore mai vinto.

Il libro è davvero piccolo, facile da leggere, veloce da afferrare il racconto che lo scrittore ha voluto portare al lettore. Inoltre, lungo tutta la narrazione emergono sia la rabbia mai sopita, sia il dolore mai del tutto superato, che albergano nel cuore e nell’anima di queste persone, che sono riuscite sì a salvarsi quella notte, ma che di fatto hanno iniziato a morire dal giorno dopo. Vengono anche rivisitate le molteplici vergogne inflitte ai sopravvissuti, come il listino prezzi della morte, gli aiuti umanitari mai arrivati ed il  furto delle licenze artigiane. Lo scrittore, Mauro Corona, è anche un alpinista e scultore ligneo italiano. Autore di diversi libri, il suo nome è noto per aver scalato numerose vette italiane ed estere e aprendo oltre 300 vie di arrampicata nelle Dolomiti Friulane. Corona, in molte sue fatiche letterarie, parla spesso del rapporto tra uomo e natura riscuotendo un successo internazionale; le sue opere, infatti, sono state tradotte in varie lingue, tra cui cinese, tedesco e spagnolo.

Alle porte dell’autunno una notte di tragedia era calata sulle case del paese addormentato dalle fatiche e tra le vie dove per secoli aveva pulsato il cuore della vecchia Erto. Fu come un colpo di falce. Il 9 ottobre 1963 alle 22.45 duemila persone entravano nel nulla per ambizioni e interessi altrui. Sono passati cinquant’anni da quella notte e il ricordo dei morti e della disfatta è ancora sospeso sulla valle. E anche se le foglie di cinquanta autunni hanno reso più soffice camminare sul dolore, permane sempre in queste zone  il fruscio della morte. Cos’è cambiato nei paesi colpiti dall’artiglio durante questo non breve pezzo di tempo? Molto, se pensiamo che i bambini nati allora, o subito dopo la catastrofe, oggi hanno cinquanta primavere, e poco sanno, se non per sentito dire, di quella storia. Nulla se osserviamo la montagna seduta per sempre nel luogo in cui doveva starci l’acqua della diga più alta del mondo.

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