La difficoltà di crescere ne ”Il mare” di Maria Giacobbe

Alcuni momenti della vita restano particolarmente impressi. Questo accade grazie, o talvolta anche a causa, della loro intensità, del carico di emozioni e sentimenti che si portano appresso, delle esperienze vissute. Esperienze che lasciano un segno come quelle che si affrontano durante l’adolescenza. Una delle fasi dell’esistenza più complicate, affascinanti e struggenti che ci siano. Un momento in cui si incomincia a guardarsi dentro, in cui ci si rende conto di determinati cambiamenti, in cui si cominciano a delineare tratti che poi caratterizzano una persona. Una fase quella dell’adolescenza il cui approdo è tutto fuorché semplice e su cui ragiona Maria Giacobbe nella sua opera ‘’Il mare’’, in cui si analizza il passaggio doloroso dall’infanzia all’adolescenza tramite il racconto in prima persona della protagonista Rosa, dodicenne figlia di una madre malinconica e di un padre marinaio spesso lontano, a cui si aggiunge anche il legame con il mare inteso come un qualcosa che va ben al di là di un luogo fisico ma si tramuta in spazio dell’anima privilegiato che sembra proprio seguire alla perfezione i moti interiori della protagonista così come di chiunque osservando le onde e soffermandosi su rumore del vento cerca risposte che spesso non arrivano ma che è inevitabile continuare a cercare.

«Era la prima volta che mi capitava di scrivere una storia di cui iniziandola non conoscessi già lo svolgimento e la conclusione». Con queste parole Maria Giacobbe, scrittrice nuorese classe 1928 venuta a mancare il 27 gennaio 2024 all’età di 95 anni, presenta il suo libro uscito per la prima volta nel 1967, quando lei si trovava a Copenaghen già dal 1958, e diviso in due parti. Due parti intense in cui Rosa racconta il suo entrare nella fase dell’adolescenza nel corso di un’estate diversa dalle altre, dove il mondo che Rosa credeva di conoscere le appare per la prima volta, diverso da come l’aveva immaginato sino a quel momento. «Io volevo solo essere lasciata in pace e leggere libri ed essere libera e non sentire più una voce umana, volevo partire, andarmene in un paese dove nessuno mi conosceva e dove nessuno poteva farmi del male». Queste parole, tra le tante pronunciate, sono quelle che descrivono alla perfezione Rosa e il suo desiderio di libertà. Il suo desiderio di essere pienamente se stessa e non schiava di pregiudizi, di imposizioni a cui hanno dovuto cedere sua madre e altre donne con cui è entrata in contatto. Una libertà che vede realizzarsi pienamente nei due giovani turisti Vivi e Franz, belli e solari, in grado di brillare di una luce diversa da tutto. Rosa li guarda con ammirazione e anche con quel pizzico di gelosia che, soprattutto durante l’adolescenza, emerge nel momento in cui ancora si procede per tentativi e non si ha una identità propria. Un altro punto centrale dell’opera è la riflessione della condizione dell’essere donna, ingiustamente condannata a vivere una vita a metà, fatta di divieti e proibizioni. «Perché non ero nata uomo?», si domanda la protagonista Rosa che poi continua nel suo flusso di pensieri: «Che cosa era la vita di una donna? Sempre lì legate alla casa come molluschi alla loro conchiglia e se appena mettevano fuori la testa subito qualcuno pronto a colpirle».

La condizione della donna, il rapporto conflittuale con la propria madre, il legame viscerale con il mare nel quale trovare rifugio da una quotidianità deludente e spesso poco stimolante, il senso di attrazione e il primo amore verso il personaggio di Giorgio, l’insofferenza verso i bigottismi, le ipocrisie e le frasi di circostanza, il conflitto interiore feroce con il proprio corpo che cambia e in cui non ci si riconosce più, l’arrivo delle prime mestruazioni, la prima sigaretta fumata, il senso di profondo disagio – che a tratti diventa quasi un vero e proprio fastidio – nel prendere consapevolezza di non essere più una bambina ma nemmeno una donna adulta, una sorta di limbo – ovvero l’adolescenza – in cui muoversi è tutto fuorché semplice, la sofferenza per la lontananza di chi si vuole bene e si vorrebbe vicino, l’amarezza nel rendersi conto che tra la propria madre e il proprio padre qualcosa non va, l’ombra di un tradimento non confessato che ma che sembra essere molto più di un semplice sospetto e di un dubbio: questi sono i punti cardini dell’opera di Maria Giacobbe, autrice di classici di spessore come ‘’Gli arcipelaghi’’ e “Diario di una maestrina”, capace di descrivere con dolcezza e sobrietà un frangente dell’esistenza come quello dell’adolescenza che, nel bene e nel male, non si dimentica e che spesso ritorna nei discorsi degli adulti. Un’opera che dimostra appieno il talento narrativo di una delle penne più originali e influenti della letteratura sarda, capace di tenere fede a quello che lei stessa, nel suo scritto ”Storia del romanzo Il mare realizzato nel 1967 appositamente per la stampa in occasione del ”Premio Villa San Giovanni per la Narrativa di Autori Meridionali” – su sollecitazione di Giuseppe Selvaggi – e contenuta nella introduzione della riedizione del libro scritta nel maggio del 1997 e intitolata ‘’Il mare, perché?”, definisce come il compito principale di uno scrittore: testimoniare con sincerità e voce originale quella parte della realtà e del tempo che sono suoi, lasciamo impresso per sempre il proprio segno.

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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