In punta di piedi: la scomparsa di Donato Sabia

L’insostenibile imprevedibilità del vivere giunge quando meno la si attende e quando meno su di essa si riflette. Giunge con l’impeto di una fiera e la precisione di un sicario professionista, non facendo sconti e tantomeno differenze. In data 8 aprile 2020 si è spento all’età di cinquantasei anni presso L’Ospedale San Carlo di Potenza – capoluogo della Basilicata – dopo aver contratto il coronavirus Donato Sabia, uno dei fiori all’occhiello del mezzofondo italiano che fu, un atleta di spessore, tesserato per la storica squadra meneghina della ‘’Pro Patria Cus Milano’’, capace di correre il ‘’doppio giro della morte’’ degli 800m in 1’43’’88 ovvero la terza prestazione all time sulla distanza dopo Marcello Fiasconaro e Andrea Longo. Sabia corse il suo personale durante una gara in notturna in quel di Firenze il 13 giugno del 1984, suo anno di grazia nel quale vinse i campionati europei indoor sugli ottocento metri a Göteborg nel periodo invernale e in cui ottenne un ottimo quinto posto, sempre sulla distanza degli 800m, durante le Olimpiadi di Los Angeles in occasione della finale della suddetta distanza. Sabia era un ottocentista puro, quella tipologia di ottocentista che chi possiede occhio attento riconosce immediatamente: era veloce, scaltro, potente, tenace e in grado di sostenere quelle ‘’sparate’’ che gli 800m – gara tranquillamente definibile come ‘’di velocità prolungata’’ – richiedono. Sapeva correre su ritmi folli e tenere egregiamente botta, venendo fuori con l’impeto del purosangue sul rettilineo finale, rettilineo che infrange ciò che è stato costruito nei 700 metri precedenti e consacra chi ha impostato una tattica accorta e intelligente. Rettilineo finale che ogni ottocentista ha con fervore amato e odiato almeno una volta nel corso della propria esistenza, rettilineo finale che non concede spazio a repliche e muta totalmente il canovaccio che ci si era prefissati.

Sabia – atleta capace di correre i 400m su crono sotto i 46 secondi – il 13 giugno 1984 realizzò uno dei suoi capolavori, una pagina di sport pienamente degna di essere ricordata e narrata: meeting ad invito, 7 uomini di cui una ‘’lepre’’ avente il compito di tenere alto il ritmo e fare gara forte. Sabia parte in corsia tre e si mette, dopo i canonici primi 100 metri in curva affrontati in corsia, sulla scia del piecemaker e dello ‘’scomodissimo’’ Rob Druppers, olandese che vinse la medaglia d’argento sugli 800m in occasione dei campionati mondiali del 1983. L’impostazione di gara è perfetta per correre su tempi di estremo valore. Passaggio ai 200m in 24 secondi, ai 300m si passa in 37 secondi e al magico scoccare frenetico della campanella dell’ultimo giro si transita poco sopra i 50 secondi. La lepre svolge il suo ruolo al meglio sino ai 450m poi si ferma e lascia i due contendenti Druppers e Sabia a contendersi un successo e un riscontro cronometrico eccellente. Sabia scalpita, corre leggermente all’esterno ma è consapevole di non poter azzardare un attacco prima dei 150 metri conclusivi, momento nel quale comincia la sua progressione vincente, una progressione contro gli avversari ma soprattutto contro il cronometro, acerrimo rivale di ogni atleta. Puntuale, immancabile e fatale arriva la rasoiata di Sabia il quale a 120 metri dalla fine affianca Druppers per superarlo deciso, resistendo alla tardiva rimonta di Alberto Juantorena – atleta cubano, che durante le Olimpiadi di Montreal nel 1976 vinse la medaglia d’oro sia nella specialità dei 400m che in quella degli 800m – terzo classificato al traguardo.

Fu un 1984 da incorniciare per Sabia, che nel corso di quella stagione realizzò anche il primato mondiale sui 500m con un superlativo 1’00’’08 stabilito a Busto Arstizio il 26 maggio, grazie alle sue spiccate doti veloci e una soglia lattacida elevatissima. Un anno che gli sportivi ricordano con gioia, un anno che ha reso grande l’atletica italiana e rappresenta ancora oggi un ricordo affettuoso da conservare gelosamente. Donato Sabia è andato via in punta di piedi, come in punta di piedi era la sua corsa, leggera, sfiorante appena il tartan calcato dalle scarpe chiodate, armi predilette da ogni praticante l’atletica leggera. È andato via Donato Sabia, poco tempo dopo suo papà anche egli vittima del coronavirus. È andato via inaspettatamente, senza fare rumore come i grandi sanno fare. Per quanto un uomo possa imparare, per quanto un uomo possa fare suo più sapere possibile non sarà mai in grado di conoscere e capire dove si va una volta concluso il proprio percorso terreno. Si possono fare delle supposizioni, si può immaginare qualsiasi cosa ma a nulla di preciso è dato arrivare. Si può, però, augurare e sperare: sperare che Donato Sabia e suo padre si ritrovino come nei giorni felici, come nei giorni in cui discutevano con passione degli allenamenti, delle gare, delle ripetute, degli obiettivi, del sacrificio e della bellezza che quelle 6, o talvolta 8, corsie sanno regalare. Corsie metafore della vita, corsie capaci di donare un sogno dal quale – nonostante gli imprevisti e i tiri mancini della sorte – non ci si sveglierà mai e di cui si potrà sempre godere. ‘’Vita mortuorum in memoria est posita vivorum’’. La vita dei morti sta nella memoria dei vivi, così recitava Marco Tullio Cicerone nelle ‘’Filippiche’’, sua nota raccolta di orazioni pronunciate contro Marco Antonio. Una memoria che, in un momento di emergenza come questo specialmente, è necessario più che mai coltivare e proteggere dalle sirene ingannatrici di un presente complesso e dove tutto appare poco nitido

 

Mattia Lasio

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