Indro Montanelli, uno spirito controcorrente

Una figura unica, nettamente differente dai suoi colleghi e da coloro che gli erano accanto. Indro Montanelli, nato in quel di Fucecchio il 22 aprile 1909, è stato il protagonista indiscusso del giornalismo italiano sino a l’ultimo dei suoi giorni. Una vita e uno spirito controcorrente, capaci di distinguersi e di differenziarsi. Una preparazione solida, Montanelli conseguì la laurea in Scienze Politiche e in Giurisprudenza, un impegno quasi ansiogeno e peli sulla lingua assenti ad accompagnare articoli, opere e ricerche di una accuratezza rara. Chi parla di satira, specialmente ai giorni nostri, dimentica che la satira comporta sì la demonizzazione dell’avversario e di ciò che non quadra ma sempre nel rispetto della persona e nelle dovute maniere. Montanelli, ebbene, era uno che della ironia pungente, graffiante, derisoria ha fatto la sua arma vincente: arma che in tanti, probabilmente troppi, cercano di fare propria ma con evidenti scarsi risultati. Le sue corrispondenze e i suoi editoriali erano delle frecciate, brevi e di una intensità rara, tramite le quali è possibile, oltre che piacevole, ripercorrere una Italia che non c’è più ma che non deve assolutamente essere dimenticata. Fu autore ‘’Cilindro’’ – così era chiamato affettuosamente Montanelli – di note acuminate, vibranti di sincera passione e in grado di impreziosire anche le vicende maggiormente prosaiche e decisamente meno accattivanti della storia del ‘’bel Paese’’.

È stato un maestro – un maestro vero, non un improvvisato dell’ultima ora – per figure quali Marco Travaglio, dando l’opportunità alle nuove leve di formarsi presso le sue redazioni, imparando i cosiddetti ferri del mestiere. Nel 1974 fondò Il Giornale, da lui diretto fino al 1994 e poi abbandonato per divergenze con la proprietà, mentre nel 1994 fu la volta de La Voce che ebbe una vita di poco più di un anno. Montanelli, penna di punta del Corriere della sera, si rivelò anche un ottimo e competente storico il quale, grazie all’ausilio del bravo Mario Cervi, realizzò la monumentale Storia d’Italia, composta da 12 volumi ognuno dei quali narrava un’epoca della storia nostrana dal crollo dell’Impero romano d’Occidente fino al 1997. Dalla cronaca sportiva – Montanelli narrò magistralmente il Giro d’Italia nel 1947 e nel 1948, soffermandosi su un Paese desideroso di ripartire e risorgere dalle ceneri della Secondo conflitto mondiale –  alla politica, alla attualità, il ‘’toscanaccio’’ dall’iride celeste cristallina seppe districarsi con classe, adoperando uno stile di scrittura brillante e un tagliente gusto del paradosso che emergeva totalmente dalle sue parole e dai suoi pezzi. Fu anche autore de Il generale Della Rovere, romanzo politico che costituisce uno dei capolavori della letteratura nostrana del Novecento.

Montanelli non ha conosciuto mezze misure e posizioni intermedie: ha sempre detto la sua, raccogliendo ampi consensi e non venendo certo dispensato da aspre critiche per il suo modo di riflettere e di agire, lontano dalla ricerca degli elogi della massa e dal sentire comune. Lui che tutto era fuorché comune. Fu un osservatore attento, estremamente attento nei confronti della penisola che definì come un paese di contemporanei e mai definizione fu più intelligente e, tremendamente, veritiera. L’Italia dimentica, dimentica troppo in fretta. Dimentica ciò che conta realmente, dimentica chi alla sua fioritura ha contribuito in maniera decisa e influente, dimentica gli errori del passato su cui sarebbe meglio non cascare nuovamente. Dimentica in fretta, troppo in fretta, le radici a cui dovrebbe invece saldamente aggrapparsi, senza estirpare quella malvagie, e salendo con una disinvoltura ammirevole sul carro dei vincitori che, si sa, tanto garba e tanto ammalia, da tempo immemore.

Indro Montanelli è sempre stato caratterizzato da una innata e bruciante schiettezza, una schiettezza che lo ha portato a ‘’duellare’’ con altri corsivisti di nitida bravura – memorabili furono i suoi scontri a colpi di penna con Mario Melloni, in arte Fortebraccio – e a portare su di sé tracce ben più gravi di scherni letterari, come ad esempio la gambizzazione per opera delle BR il 2 giugno 1977: nel corso della mattinata del 2 giugno 1977, infatti, a Montanelli vennero sparati otto colpi alle gambe tra la via Manin e Piazza Cavour presso Milano. È stato il maestro del giornalismo del Novecento Montanelli ma, per chi di comunicazione è realmente amante, non è presente alcun male nel definirlo il maestro per antonomasia, colui che ha fatto della sua vocazione una professione elevata. Una professione che in tanti considerano aleatoria ma che presenta, nonostante i cambiamenti dettati dall’avvento delle tecnologie nuove, un fascino magico e unico. Unico come fu Montanelli, distante dai condizionamenti padronali e corporativi, fermamente deciso e improntato a servire e a rendere conto solo ed esclusivamente al lettore.

Fu un maestro, per tanti, e ancora lo è ma lui – come i veri maestri e le vere guide presenti in ogni ambito – non amava ritenersi tale. Preferiva definirsi ‘’un individuo sensato’’ – pienamente dotato di spirito e lucidità critiche – che mai si mise alla greppia di un protettore e tantomeno alla mercé di un partito politico. Sapeva colpire, Montanelli, grazie alle parole, sapeva farlo più che dignitosamente: sfoggiava uno stile espositivo ben articolato, discorsivo e privo di banalità e futili orpelli. Si rivolgeva alla gente comune e della gente comune aveva fatto proprio il linguaggio. Era capace di andare dritto al punto in pochissime battute, discostandosi nettamente dalla lingua togata, irreale – oltre che fine a stessa e tendente al ridicolo – di chi si dice (non si sa però su quali basi) parte dell’elite culturale. Montanelli parlava al lettore – per lui punto di riferimento imprescindibile – e proprio nei suoi confronti si metteva umilmente e fieramente al servizio, riuscendo a strappare la cultura italiana ai suoi fortilizi e ai suoi pedanti cliché che a nulla hanno mai portato.

Il giornalismo di Montanelli era un giornalismo che nasceva tra la gente, con una attenta analisi di essa e delle sue vicende, e alla gente si rivolgeva. Montanelli è stato il massimo rappresentante di un giornalismo meritevole di saper parlare al pubblico e in grado di tradurre ad esso concetti di non facile apprendimento. Indro Montanelli è la dimostrazione che – e questo può benissimo applicarsi ad ogni settore ed ambito – asservirsi al potente per raggiungere i propri scopi non è certamente nobile. Né la ricchezza, né vacue promesse e lusinghe che tanto attirano chi pecca di protagonismo, rappresentano la via da percorrere per svolgere al meglio il proprio ruolo. È la verità, la cara e bistrattata verità, a significare ancora – e sempre – la via maestra da imboccare umilmente. Indro Montanelli di ciò ne era consapevole e di ciò ha fatto il suo marchio di fabbrica. Un marchio ben stampato nelle menti di chi sa distinguere e valorizzare una informazione degna di essere definita tale. Nessun sensazionalismo, prolissità e parola di troppo non fine al raggiungimento della massima chiarezza e onestà morale e intellettuale. Auguri ‘’Cilindro’’.

Mattia Lasio

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