Yaio e un cammino lungo trent’anni, all’insegna del breaking come atto di resilienza e di conoscenza profonda di sé

Non si tratta solamente di una passione immensa, di un talento affinato giorno dopo giorno e concretizzatosi in una piena padronanza del gesto tecnico. È qualcosa di molto più profondo, un legame viscerale, simbiotico che si nutre quotidianamente di allenamenti, di sentimenti e sensazioni che fanno crescere sia dal punto di vista artistico che umano. Claudio Cogoni in arte Yaio, storico componente della crew Ormus Force, è la piena dimostrazione di tutto questo e il suo cammino nel breaking e nella cultura hip hop di cui è uno dei massimi esponenti sono la testimonianza del grande valore di una disciplina come il breaking e di un movimento culturale con oltre mezzo secolo di vita. Il 2025 per lui segna una ricorrenza importante, i trent’anni di attività nel breaking, che offre lo spunto per riflettere sulla sua essenza e sulle tante esperienze vissute.

 

«Per me, tutto è iniziato nel 1995 qui a Cagliari, quando il breaking era un mondo per pochi», racconta Claudio, cagliaritano quarantaquattro anni, «un linguaggio che si imparava direttamente sull’asfalto da videocassette che arrivavano con anni di ritardo. I miei primi mentori sono stati Gipsy e Alex. Non fu una scelta, ma un colpo al cuore. Le sonorità, i colori e l’energia della cultura hip hop mi travolsero, e l’emozione di quel primo incontro è la stessa che sento ancora oggi. Fin da subito ho capito che non era un semplice hobby. È diventato qualcosa di più profondo, che sentivo crescere dentro di me a ogni allenamento, in ogni goccia di sudore, nella frustrazione di un movimento non riuscito e nella gioia pura di chiuderlo finalmente. Il breaking era, ed è, parte di me. Questi trent’anni sono stati una vera scuola di vita. Ho imparato la disciplina, il rispetto e la resilienza. Ho avuto la fortuna di viaggiare tantissimo, entrando in contatto con culture diverse e innumerevoli persone. La cultura hip hop si è dimostrata un linguaggio universale che permette di creare connessioni immediate, un ponte che unisce stili e storie lontane. Oggi, dopo tutto questo tempo, la missione non è cambiata, si è solo evoluta. La mia gioia più grande è trasmettere questa passione ai più piccoli, vedere nei loro occhi la stessa energia e lo stesso potenziale che mi hanno spinto a iniziare. È il mio modo di restituire a questa cultura tutto ciò che mi ha dato».

 

Indelebili i ricordi dei primi passi e degli anni in cui per lui tutto è cominciato. «Ho iniziato nel 1995, ispirato da una trasmissione televisiva in onda su Sardegna Uno», spiega, «in cui DJ Nike metteva dischi e alcuni b-boy ballavano sui pezzi rap del momento. Quell’appuntamento divenne fisso per me: registravo la trasmissione e, con i miei amici, cercavo di emulare quelle gesta incredibili, spesso con risultati modesti. Ci trovavamo davanti a casa mia a Selargius, in una strada senza luci, e mettevamo un cartone per terra per poterci allenare. Avevamo solo uno stereo con la musica registrata dal televisore, ma era sufficiente per alimentare la nostra passione. La magia più straordinaria avvenne quando, un giorno, proprio quei b-boy della trasmissione, Gipsy e Alex, passarono per puro caso nella via dove io e i miei amici stavamo praticando. Da quel giorno, presero a venire ogni giorno ad allenarsi con noi, educandoci al breaking e alla cultura hip hop».

 

Nel suo cammino sono stati tanti i punti di riferimento preziosi e i luoghi diventati iconici grazie ai quali intraprendere un cammino di crescita continua. «Il mio viaggio è iniziato grazie a due guide preziose, Gipsy e Alex», sottolinea, «che mi hanno aperto un mondo e acceso la fiamma per la cultura hip hop, e soprattutto per il breaking. In quegli anni, anche i Sirbones sono stati una grandissima fonte di ispirazione per me e, subito dopo, la mia crew Ormus Force dove insieme abbiamo studiato a fondo questa disciplina, condividendo allenamenti e nottate intere a guardare video per carpire ogni segreto. È iniziato tutto sull’asfalto davanti a casa mia, a Selargius. Ricordo i pomeriggi infiniti con i miei vicini, che diventavano notti, senza stancarci mai. Da quella strada, il nostro percorso ci ha portati in luoghi che sono diventati la nostra casa: prima il Pistino, poi il nostro tempio sacro, le gallerie Ormus, e infine un altro spot magnifico, il Conservatorio di Cagliari. Ogni persona e ogni luogo ha lasciato un segno indelebile, un pezzo di storia che porto con me in ogni singolo momento».

 

 

Tanti gli aneddoti in questi trent’anni di carriera. «Il mio nome è Claudio e, quando mia sorella era piccola, non riusciva a pronunciarlo bene, trasformandolo in “Yaio”», prosegue, «questo nomignolo ha subito preso piede e da quel momento in famiglia hanno iniziato a chiamarmi così. Agli inizi avevo provato a utilizzare un altro nome, “Shang”, ispirato al videogioco Mortal Kombat. Tuttavia, il nome “Yaio” era già così radicato tra la mia famiglia e i miei amici che tutti continuavano a chiamarmi così. Alla fine, ho abbracciato pienamente questo nome, riconoscendo che rappresentava non solo la mia identità, ma anche il mio legame affettivo e le mie origini».Tra i momenti più significativi in questi trent’anni spicca la fondazione della storica crew Ormus Force di cui Yaio è uno dei componenti. «Ormus Force è nata nel 2001 dalla fusione di tre gruppi: The Free Breakers, Sfida al Tempo e Natural Born Killers. È composta da me, Lilad G, Kalma, Nippon, Lucio, Monkee, Boogie Gun e Manuz. Abbiamo fondato Ormus perché condividevamo lo stesso spazio di allenamento e una visione comune del breaking: portare avanti questa disciplina con autenticità, originalità e rispetto per la cultura hip hop. Per me, Ormus Force è una vera scuola di vita. Non è solo una crew, è una famiglia che mi ha formato sia come b-boy che come persona. Con ognuno dei membri ho condiviso anni di allenamento, studio, viaggi, vittorie, sconfitte e ricerca, spingendo sempre più in là i miei limiti.

Crediamo fermamente nell’originalità e nell’importanza di distinguersi dalla massa. Ogni membro della crew è impegnato in uno studio continuo per innovare e portare qualcosa di unico alla scena, senza mai dimenticare le fondamenta di questa disciplina. Rispettiamo le radici del breaking e ci sforziamo di mantenere viva la sua essenza. Il nostro legame si basa su rispetto reciproco, dedizione e passione per l’hip hop. Il breaking è un’opportunità per crescere insieme, imparare gli uni dagli altri e spingere i nostri limiti. La nostra missione come Ormus Force è ispirare generazioni di b-boy e b-girl, mostrando che con impegno e autenticità si può lasciare un segno indelebile in questa cultura». I ricordi sono innumerevoli e dietro ciascuno di essi si celano insegnamenti preziosi grazie ai quali affrontare il futuro con una consapevolezza sempre più solida. Una consapevolezza ottenuta grazie alle molteplici avventure affrontate sempre con entusiasmo, determinazione e massimo impegno. «Sicuramente tra i momenti più importanti del mio percorso c’è la mia prima jam nel 1996 organizzata da Gipsy», prosegue, «con Next One come ospite: è stata il punto di non ritorno. Vedere quell’attitudine dal vivo ha trasformato la passione in una promessa a lungo termine. In quella serata ho visto per la prima volte pure i Sirbones, una crew leggendaria per la nostra isola, è stato un impatto devastante. Poi ci sono i viaggi per le battle e il dialogo con il mondo. Le trasferte in Europa, poi a New York e Los Angeles, hanno allargato il mio vocabolario. Condividere il pavimento con i migliori della scena mondiale mi ha insegnato tantissimo, non solo in termini di passi, ma anche di profondità artistica. Le conversazioni e i consigli scambiati mi hanno dato maggiore consapevolezza. Ogni sconfitta o vittoria in battle è stata cruciale. Significava tornare a casa, rivedere i video, smontare i round e riallinearli finché non parlassero davvero di me. Un altro momento importante è stato ricoprire il ruolo di vice coach della nazionale italiana di breaking per le Olimpiadi di Parigi 2024. È stata un’esperienza bellissima che mi ha insegnato tanto. Ho vissuto momenti pazzeschi che mi hanno motivato come b-boy e soprattutto come insegnante».

 

Il ruolo dell’insegnante è un altro tassello essenziale di un percorso longevo e appassionante, grazie al quale trasmettere le proprie esperienze e rapportarsi con i più giovani trasmettendo loro non solo i fondamenti tecnici ma anche ideali come l’umiltà, il rispetto reciproco e la tenacia che consente di proiettarsi sempre verso nuovi orizzonti. «Insegno breaking da circa vent’anni e lo vivo come una responsabilità culturale, oltre che tecnica. Cerco di non trasmettere solo passi, ma anche valori, storia, ascolto musicale e cura del corpo, perché la danza forma persone prima che b-boy o b-girl. I giovani hanno bisogno di esempi e passioni autentiche. Essere una guida significa accendere in loro non solo la tecnica, ma anche la cultura, la responsabilità e l’inclusione». Immancabile un riferimento a Cagliari, città con cui ha sempre avuto un rapporto profondo e che ha segnato il suo percorso. «Crescere a Cagliari ha segnato profondamente il mio percorso. Partire per jam e contest nella penisola non era semplice: si viaggiava poche volte all’anno perché i costi erano altissimi, quindi ogni trasferta diventava una prova di maturità. Proprio per questo, sentivamo la responsabilità di dare tutto, perché potevano passare mesi prima di rimetterci in gioco. Questo ci ha insegnato a prepararci con disciplina, passione e dedizione quotidiana. Nonostante le difficoltà, la Sardegna ha un DNA potente nel breaking. C’è una tradizione viva, un senso di rispetto profondo dentro e fuori dal cerchio. Non so spiegarne l’origine esatta, ma è qualcosa che si sente nelle jam, negli allenamenti e nel modo in cui ci sosteniamo a vicenda. È ciò che forse ci rende diversi e orgogliosi di rappresentare la nostra terra». Rappresentare la propria terra, farlo con dedizione, traendo da ogni successo così come da ogni sconfitta il meglio in modo da ricominciare sempre con caparbietà senza mai darsi per vinti. Dal 1995 a oggi, il breaking e la cultura hip hop sono diventati per Claudio un mezzo di espressione unico. «Il breaking e la cultura hip hop sono uno stile di vita, una disciplina e una forma di espressione. È un percorso che mi ha insegnato tantissimo e che mi aiuta a liberare la mia creatività. Il breaking è un linguaggio universale che non ha bisogno di parole, è un intreccio di passione, connessione comunitaria e missione culturale. È il mio modo di stare al mondo».

 

Un modo di stare al mondo che prosegue ancora oggi, capace di offrire tanti insegnamenti fondamentali sotto tutti i punti di vista. «In trent’anni di breaking, l’insegnamento più prezioso è la consapevolezza che questa disciplina è una vera maestra di vita», conclude, «mi ha insegnato il valore della resilienza, non solo fisica ma anche mentale. Nel breaking, cadi di continuo, ma ogni caduta non è un fallimento, bensì un dato da analizzare per fare meglio la volta successiva. Ogni battle è diventata una lezione di autoconoscenza. A volte vinci, altre perdi, ma ciò che porti a casa è sempre una maggiore comprensione di te stesso. Infine, il breaking mi ha insegnato il senso di comunità: sei parte di qualcosa di più grande, un’energia collettiva. Essere un b-boy significa sviluppare un linguaggio del corpo che è solo tuo. È l’arte di prendere un vocabolario di passi fondamentali e trasformarlo in un’espressione unica, il riflesso autentico della tua personalità e della tua attitudine. È un dialogo profondo e costante con la musica. Questa libertà creativa, però, nasce da una disciplina ferrea. Sul piano umano, il breaking è una potente scuola di vita. Ti insegna la resilienza nel modo più diretto possibile: impari a cadere e a rialzarti, letteralmente e metaforicamente. Essere un b-boy significa anche far parte di una comunità globale, un senso di appartenenza che trascende le barriere geografiche, linguistiche e culturali. Per me è un rifugio, una forma di meditazione in movimento. Quando ballo, la mente si svuota: restano solo il corpo, il pavimento e la musica. È uno sfogo emotivo, un modo per processare tensioni e ritrovare il proprio centro. Essere un b-boy comporta anche la responsabilità di essere un mentore. Significa trasmettere alla prossima generazione non solo i passi, ma i valori fondamentali della cultura hip hop: pace, amore, unità e divertimento. È l’opportunità di lasciare un’eredità positiva. In definitiva, essere un b-boy significa vivere un’arte che è anche un percorso di scoperta di sé. Il b-boy e l’essere umano crescono insieme, inseparabili, modellati dalla stessa disciplina, passione e cultura. Non è qualcosa che fai, è semplicemente quello che sei».

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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