«Quando manca l’arte manca l’amore». Mouhamed Yaye Traore, fotografo e artista poliedrico del Benin classe 1995, parla con quella genuinità e quell’entusiasmo tipici chi è consapevole che essere artista significa andare oltre le regole prestabilite, oltre il sentire comune e ciò che è già stato fatto. Mouhamed ha la consapevolezza che fare ciò che si ama con quel pizzico di incoscienza può rivelarsi la scelta giusta per trovare la propria via. In un pomeriggio di inizio giugno, nella sua casa di Firenze in cui si è trasferito dal 2023, riflette sul suo percorso professionale e umano: la sua mostra ‘’Città In/visibili’’, a cura di Costanza Meli e Mohamed Keita con la direzione artistica della Docente di Museologia dell’Ateneo cagliaritano Simona Campus, è stata inaugurata il 28 maggio al MUACC di Cagliari in via Santa Croce 63 dove sarà esposta sino al 28 agosto e si compone di venti scatti realizzati tra il 2023 e il 2025. Venti scatti che racchiudono momenti di vita quotidiana e persone differenti, accomunati dall’essere sfumati, quasi eterei, elemento che li caratterizza e li rende unici: le barche sull’Arno, i passanti e altri attimi quotidiani hanno al loro interno quella leggerezza calviniana che rende il tutto non solo un insieme ben amalgamato di fotografie di caratura ma vere e proprie visioni interiori elaborate da un artista come Mouhamed, dotato di quella sensibilità e quell’ironia disincantata che gli permette di vedere oltre le apparenze.
Il progetto ‘’Citta In/visibili’’, sostenuto da Strategia Fotografia 2025 e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, si è arricchito anche di due importanti esperienze laboratoriali in compagnia delle studentesse e degli studenti universitari: si tratta del laboratorio ‘’Scrivere l’inclusione’’, condotto dalla Professoressa Simona Campus durante cui le alunne e gli alunni hanno prodotto testi di accompagnamento alla mostra, e ‘’Tra-vedere: laboratorio di traduzione sensoriale dell’immagine’’ guidato da Fabio Fornasari e Barbara D’Ambrosio durante il quale ci si è concentrati sull’importanza del rendere pienamente accessibile l’esperienza fotografica alle persone con disabilità visive, tramite la creazione di dispositivi tattili e di strumenti di fruizione inclusiva.
La mostra è il frutto di un cammino di vita ricco di esperienze che hanno lasciato il segno. «Nulla nel mio percorso è accaduto per caso», racconta Mouhamed, «è come se la mia vita fosse un grande mosaico dove i tasselli sono spuntati nel momento giusto sommandosi alla perfezione gli uni con gli altri. In questo modo anche ciò che, in un primo momento, poteva sembrare privo di senso successivamente un senso ha iniziato ad averlo eccome». Il primo contatto con la fotografia è avvenuto in un istante nel quale Mouhamed si era messo in gioco in un altro ambito artistico. «Sono arrivato in Italia nel 2016», racconta, «tra il 2017 e il 2018 presi parte a un incontro con l’Accademia delle Belle Arti di Firenze. In quell’occasione realizzai con delle crete che mi misero a disposizione alcune maschere africane. Il curatore non le espose però decise di farle fotografare. La fotografa che realizzò gli scatti rimase colpita e cominciò a informarsi sulla mia arte tramite i social, per la precisione Instagram dove in maniera amatoriale pubblicavo le mie foto. Ecco, proprio questi primi scatti la colpirono in positivo e mi contattò proponendomi di fare un corso di fotografia a Prato. Ho pensato subito che non avevo nulla da perdere ma tutto da guadagnare e decisi di partecipare: è stata un’esperienza fondamentale, durante la quale incontrai quello che per me rappresenta un grandissimo maestro ovvero Mohamed Keita che tra l’altro è tra i curatori della mostra ‘’Città In/visibili’’.
Un altro momento di particolare importanza nel suo percorso è stato il trasferimento a Firenze nel 2023. «Trasferirmi ha rappresentato per me un momento di svolta, letteralmente», racconta. «Sicuramente non è stato facile, anche perché avevo tante aspettative e sogni nel cassetto che, inevitabilmente, si sono dovuti scontrare con la realtà che, in qualunque ambito e luogo, soprattutto agli inizi di un nuovo cammino presenta delle difficoltà. Ma nonostante ciò non mi sono arreso, anzi: ho cambiato moltissimi lavori, ritagliandomi sempre il tempo per fotografare: il mio luogo preferito, quello che sento più mio, è rappresentato dal Ponte Vecchio che dà sull’Arno, lì ho realizzato davvero tantissimi scatti, ci vado costantemente perché colgo sempre qualcosa di nuovo. È uno di quei luoghi che è in continuo mutamento e che non smette mai di offrirti nuovi spunti di riflessione».
E se di riflessioni si parla, sono molteplici quelle che è possibile fare osservando la mostra ‘’Città In/visibili’’. «Il mio obiettivo», spiega Mouhamed, «era andare oltre quello che era già stato fatto in precedenza. Non mi interessava realizzare delle foto impeccabili e precise, io quando fotografo provo a rappresentare i miei sogni. Con questo progetto voglio cercare di dare nuovi punti di vista, voglio andare al di là degli stereotipi e rielaborare a mio modo la lezione dei grandi maestri del passato. Spesso attraversiamo le città in cui viviamo, senza però guardarle davvero: ecco, la fotografia in questo caso entra in gioco in maniera decisiva perché rappresenta una vera e propria visione, curativa aggiungerei, che fa luce laddove cogliamo solo oscurità. Non dobbiamo mai stancarci di guardare il luogo in cui viviamo con occhi nuovi». Occhi nuovi fondamentali per vedere realmente ciò che si ha davanti e per ricordarsi, come affermava proprio Italo Calvino nella sua opera ‘’Le città invisibili’’ pubblicata nel 1972, che ogni città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere. Una città felice su cui vale la pena soffermarsi e che merita di essere ammirata e ascoltata anche quando sembra stare zitta. Perché è proprio nei silenzi che si colgono i sentimenti più profondi.



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