Capire gli altri è un compito molto complesso. Da sempre. Capire chi non appartiene al proprio contesto di appartenenza, mettersi nei suoi panni senza giudicarlo risulta talvolta estremamente difficile. Quando si assume un punto di vista etnocentrico, che impedisce di proiettare il proprio sguardo verso l’esterno liberi da pregiudizi, si rischia di esprimere pareri e giudizi fuorvianti che, a tutti gli effetti, si tramutano in condanne. Condanne che pesano, condanne che segnano. Attorno a tutto questo ruota lo spettacolo ‘’Vizita’’ di Davide Iodice, una produzione di Teatri Migjiene-Sardegna Teatro per la rassegna ‘’Questioni di Stile’’ firmata dal CeDAC, ispirato alla celebre opera ‘’La visita meravigliosa’’ di Herbert George Wells – celebre scrittore britannico considerato il padre del genere letterario della fantascienza – di cui ricorrono nel 2025 i centotrent’anni dalla pubblicazione, andato in scena domenica 7 dicembre alle 19 al Teatro Massimo di Cagliari, davanti a un pubblico attento e pienamente trasportato dal flusso recitativo e musicale di una trasposizione teatrale in grado di lasciare il segno per la sua capacità di evocare suggestioni profonde accompagnate da tappeti ritmici evocativi firmati da Lino Cannavacciuolo con il prezioso contributo di Fabio Pisano ciò che riguarda il testo, di Zija Vuka per la traduzione, di Loic Hamelin per le luci e di Divni Gushta per gli elementi scenici.
Uno dei punti di forza dello spettacolo, a cui sono stati assegnati premi di spessore in contesti prestigiosi quali il Festival del teatro albanese Moisiu così come il Premio della stampa Oslobodenje al Festival di Sarajevo, è rappresentato dall’uso della lingua originaria nel corso della rappresentazione, il che permette di soffermarsi sull’intensità dei sentimenti e dei concetti espressi potendo al contempo seguire il tutto con la traduzione italiana tramite i sottotitoli proiettati nella parte superiore del sipario. L’opera si apre con un forte rumore di vento, accompagnato da un profumo intenso di incenso, e il personaggio della governante, interpretata da Rita Gjeka Kacarosi, che entra in scena intonando l’Ave Maria. Pochi attimi dopo fa il suo ingresso in scena il protagonista ovvero l’Angelo – interpretato da Fritz Selmani – caduto misteriosamente e all’improvviso in un villaggio segnato dai ricordi tristi di una guerra che ha lasciato ferite profonde mai cicatrizzate.
Il primo incontro per questa figura angelica e suggestiva è quello con il prete del villaggio, interpretato da Pjerin Vlashi, che – inizialmente convinto di avere davanti a sé un volatile da aggiungere alla propria collezione in quanto appassionato di ornitologia – gli spara ferendolo, per poi accorgersi che quello davanti a sé è davvero un angelo. Il prete, insieme alla figura del Matto con l’interpretazione di Nikolin Ferketa, non ha alcun dubbio sulla reale indennità di questa misteriosa persona giunta nel loro villaggio all’improvviso e immediatamente lo porta nella sua chiesa per prestargli le cure. Tra di loro comincia subito un dialogo sul mondo spirituale e su quello terreno: l’angelo definisce la terra come «mondo dei sogni», di rimando il prete gli risponde in modo disincantato affermando che è il suo il vero mondo dei sogni. È un confronto aperto il loro, a tratti sognante e all’insegna di una spiritualità ponderata che lascia spazio all’ascolto reciproco e al desiderio di capire la concezione del mondo di chi si ha davanti, senza giudicarlo per le proprie posizioni in merito.
Non tutti, però, sono dello stesso parere del prete del villaggio e non passerà tanto prima che gli altri abitanti del villaggio comincino a vedere nell’angelo una figura pericolosa, maligna, un truffatore giunto per destabilizzare l’ordine delle cose di un villaggio che rappresenta un microcosmo da cui chi cerca di uscire viene etichettato come «diverso». Ebbene sì, l’opposizione netta degli altri personaggi – come esempio quelli della governante e del Medico quest’ultimo interpretato da Jozef Shiroka – nei confronti dell’angelo guardato in cagnesco e in modo beffardo, è esemplificativo di quanto la diversità, troppe volte, non venga colta come un’occasione per andare oltre le proprie concezioni di vita ma venga considerata alla stregua di un muro da abbattere nella maniera più brutale possibile. Modus operandi aggressivo, questo, che caratterizza i personaggi della Signora, che vorrebbe rendere l’Angelo un fenomenale violinista visto il suo talento in ambito musicale, e del Militare – interpretati da Merita Smaja e Alexander Prenga – da cui invece si discosta l’elegante e giovane Delia, interpretata da Julinda Emiri, che nei confronti dell’Angelo nutre un sentimento di amicizia e di affetto sinceri, aspetto questo che infastidisce e mette in allarme sua madre interpretata da Raimonda Markja che, come il resto del paese, si rivolge all’Angelo senza alcun ritegno, un Angelo ‘’colpevole’’ di essere finito in un mondo che si mostra inospitale e decisamente poco in grado di accogliere chi ritiene un pericolo, senza averne in realtà alcun motivo valido per farlo.
«Non si capiscono le cose che non si conoscono fino a quando non si conoscono», è una delle frasi che resta maggiormente impresse tra quelle pronunciate dall’Angelo, proprio mentre discute con la governante sin dal principio ostile nei suoi riguardi. Tanti i momenti di rilievo della rappresentazione come, sul finale, il duro confronto con il signor Gotch, ricco possidente privo di scrupoli e, poco prima, il dialogo intimo e sofferto con il personaggio del contadino, con l’ottima interpretazione di Vladimir Doda, dove – proprio come all’inizio in cui l’Angelo si è confrontato con il prete su quale fosse davvero il mondo dei sogni tra quello terreno e quello celeste – quest’ultimo invita l’Angelo ad andare via da una società che si dice umana ma che di umano non ha niente, se non le parvenze. E proprio questo rappresenta il fulcro dell’opera e il messaggio più prezioso trasmesso: l’importanza dell’essere umani, realmente e non solamente a parole. ‘’Vizita’’ del Premio Speciale Ubu 2024 con ‘’Pinocchio, che cos’è una persona’’ Davide Iodice, salutato calorosamente dal pubblico al termine di un’ora e mezzo di grande intensità con cinque minuti di applausi espressione di sincera ammirazione per quanto visto, testimonia l’importanza dell’humanitas intesa alla maniera latina, ovvero come capacità di ascolto e di apertura nei confronti degli altri senza vedere in essi dei nemici ma delle opportunità. Opportunità per capire che, oltre le apparenze, si celano le verità più significative che rischiano di non essere colte se ci si ostina ad osservarle da un’unica e limitante prospettiva.
Crediti: la foto di copertina è di Eniko Mosi



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