«Forse, nemmeno io sono più quello di una volta». Un pizzico di ironia che non guasta mai, il disincanto per il tempo che passa inesorabile senza risparmiare nessuno e la consapevolezza che con le fragilità fanno i conti tutti, prima o poi. Proprio così, ironia, disincanto e fragilità: sono questi gli elementi che traspaiono dalle parole pronunciate dal re di tutti gli dèi ovvero Zeus, interpretato brillantemente da Alessio Boni, nel corso dello spettacolo ‘’Iliade. Il gioco degli dèi’’, andato in scena per la prima volta in Sardegna il 10 dicembre alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari, per il secondo appuntamento della ‘’Stagione di Prosa’’ del CeDAC. Una riscrittura elegante, vivace e dinamica del poema epico dell’Iliade di Omero firmata da Francesco Niccolini – tra i più talentuosi autori teatrali nostrani – con la partecipazione di Haroun Fall, Jun Ichikawa, Liliana Massari, Francesco Meoni, Elena Nico, Marcello Prayer. L’opera – una produzione della compagnia Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo in coproduzione con Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo, Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – sarà al Teatro Massimo anche oggi, giovedì 11 dicembre alle 20.30, venerdì 12 dicembre sempre alle 20.30, sabato 13 dicembre alle 19.30 e domenica 14 dicembre alle 19, mentre il 15 dicembre approderà al Teatro Verdi di Sassari alle 20.30.
Dell’Iliade è stato detto tanto nel corso degli anni, innumerevoli sono le volte in cui è stata commentata, portata in scena, analizzata, scandagliata nei minimi dettagli. Approcciarsi a un’opera di questo tipo è al contempo affascinante, estremamente, ma anche insidioso con il rischio di cadere nel già detto o di ricalcare le orme seguite da altri in precedenza. Il merito di Francesco Niccolini e del cast che ha allestito è stato quello di dare una lettura del poema epico per antonomasia pienamente attinente ai fatti, proiettando però il tutto nella contemporaneità, raffigurando gli dèi dell’Olimpo in una chiave moderna, mettendo l’accento nettamente sulle loro passioni, sui loro dubbi e sulle loro insicurezze, quindi sul loro essere visceralmente umani, seppur possa sembrare un paradosso. Ma è proprio nei paradossi, e nelle situazioni che appaiono incomprensibili, che è possibile cogliere quelle piccolezze che consentono di fare luce dove si era convinti ci fosse solamente oscurità.
La pièce dura circa un’ora e mezzo, il ritmo va in crescendo, le musiche suggestive evocano le ambientazioni intriganti dell’Antica Grecia e della Guerra di Troia, con i suoi protagonisti che non smettono di affascinare persino chi di essi è convinto di conoscere tutto a menadito. Una buona dose di sarcasmo caratterizza la prima parte dell’opera, con un Zeus interpretato dal celebre attore Alessio Boni – nei panni anche di Achille – raffigurato come invecchiato e alle prese con qualche acciacco di troppo, con una memoria traballante e una invincibilità che sembra sgretolarsi piano piano. Tanti i momenti esilaranti, soprattutto nei botta e risposta con Antonella Attili nei panni della moglie Era, con cui danno vita a punzecchiature, battute spiritose, siparietti all’insegna della gelosia a causa della Ninfa Teti – madre di Achille da Liliana Massari – e chi più ne ha più ne metta. La componente delle drammaticità si profila sempre di più man mano che si va avanti nella rappresentazione, toccando il suo culmine in uno degli istanti più sentiti di tutto il poema omerico ovvero quello dello scontro tra Achille, infuriato per l’uccisione del cugino Patroclo interpretato per l’occasione da Haroun Fall, e il principe troiano Ettore interpretato da Marcello Prayer. A giocare un ruolo fondamentale in questo frangente sono le musiche di Francesco Forni e il disegno luci di Davide Scognamiglio, che conferiscono pathos al confronto tra i due eroi, il tutto arricchito dalle voci fuori campo degli altri attori che recitano i passi più pregnanti del ventiduesimo libro dell’Iliade, riuscendo a trasmettere al pubblico la tensione emotiva dell’istante in tutta la sua interezza. Una tensione emotiva resa ancora più vivida dalla scelta, nei frangenti che precedono di poco la feroce battaglia tra i due, di far avvicinare al palco Marcello Prayer nei panni di Ettore partendo dal fondo della sala, sorprendendo così i presenti che non si aspettavano di vederlo sbucare all’improvviso alle loro spalle.
Gli dèi portati in scena da Niccolini sono sferzanti, elegantemente esilaranti, a modo loro cinici e allo stesso tempo profondamente malinconici, in quanto testimoni del fatto che, persino chi un tempo era temuto e venerato pedissequamente, con lo scorrere del tempo arriva a essere, se non dimenticato, trattato al pari di chi di divino non ha mai avuto granché. Il finale dell’opera, proprio su questo confronto tra ciò che è umano e ciò che è divino, si sofferma in particolar modo esprimendo un profondo senso di inquietudine e di incertezza, condensato dalle battute conclusive di un Zeus disilluso che afferma sconsolato: «Ma alla fine, a essere umani siamo noi oppure loro»? Dirlo è difficile, forse una risposta soddisfacente non si avrà mai ma su un punto è possibile convergere: che si parli di dèi o di mortali, l’umanità – intesa come l’insieme di tutti quei moti imprevedibili dell’animo che consentono di guardarsi interiormente con una profondità rara – riguarda tutti, anche chi pensava di essere immune da ciò. Forse è per questo che, in fin dei conti, le persone sono molto più simili di quanto si possa pensare, intente a mostrarsi forti e inscalfibili ma rese realmente belle e uniche dalle loro pecche e dalla loro paura di sbagliare.
Crediti: la foto di copertina è di Filippo Manzini



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