Seppur sfugga a qualsiasi definizione, su un aspetto è impossibile non essere tutti concordi ovvero: l’arte sa essere un mezzo di lotta costruttivo e dirompente, oltre che estremamente significativo, qualora si ha il coraggio di farla in maniera risoluta, coraggiosa e davvero sentita. Caratteristiche, queste, che contraddistinguono da sempre Giorgio Polo, artista cagliaritano classe 1959 tra i più poliedrici e istrionici della scena culturale locale e non solo. Muralista, scrittore, musicista e, soprattutto, essere umano dotato di sensibilità ed empatia. Empatia che permea la sua nuova opera intitolata ‘’Pentole vuote’’, non un’opera qualsiasi bensì un significativo murale incentrato su quanto sta accadendo a Gaza il quale esprime sostegno e solidarietà al popolo palestinese, realizzato in via Is Mirrionis segue numerazione su uno dei muri della Ex Scuola Popolare dei Lavoratori per cui da tanti anni il comitato della Casa del Quartiere si sta battendo per il recupero.
L’opera vede la rappresentazione di quattro bambini, due maschi e due femmine, colorati di verde, giallo, celeste e rosso raffigurati come se si affacciassero da una finestra. Tutti e quattro tengono, come è deducibile dal titolo dell’opera, delle pentole vuote, dietro di loro emerge uno sfondo di devastazione e solitudine. L’opera si caratterizza per una grande carica emotiva e per l’immediatezza istantanea del messaggio di cui è portavoce, scaturito dalla intensità delle immagini realizzate. Il murale trae ispirazione da una canzone di Giorgio Polo, attualmente in fase di lavorazione, intitolata ‘’Non ci sono parole’’ di cui colpiscono versi come: «Ancora una volta si uccide affamando, tra le mani tese si fa tiro al piccione, le scuse son cumuli di menzogne e non ci sono parole, rinchiuse anche quelle dentro una gabbia».
Parole che sono in grado di scuotere davvero le coscienze e di tramutarsi in immagini che lasciano un segno profondo. «Il luogo che ho scelto per quest’opera», sottolinea Giorgio Polo, «non è assolutamente casuale, è un luogo militante che io ho vissuto in prima persona attivamente sin dalla metà degli anni Sessanta come centro di formazione prezioso e unico. Era il periodo del Centro Culturale Is Mirrionis, ricordo nitidamente le feste di primavera che dal punto di vista artistico e sociale offrivano davvero tanti stimoli». Il processo di lavorazione dell’opera è stato come di consueto all’insegna della precisione e della meticolosità. «Ho utilizzato per la realizzazione dell’opera colori acrilici per esterni», spiega, «procedendo per strati, cercando così di mantenere una coerenza con il contesto urbano in cui mi trovavo, dando vita a una contrapposizione cromatica evidente dove ogni singolo elemento fosse ben amalgamato. È stato molto bello vedere le persone del quartiere che incuriosite si avvicinavano al sottoscritto mentre realizzavo il tutto, è come se anche loro avessero preso parte attivamente alla creazione di quest’opera».
Un’opera frutto di un percorso artistico e umano ricco di esperienze. «I bambini sono colorati nel murale», aggiunge l’autore, «perché l’infanzia è l’età della vita colorata per eccellenza e su questo aspetto volevo soffermarmi e porre l’accento. Il modello dei bambini che si affacciano alla finestra, tra l’altro, nasce proprio a Is Mirrionis, è un po’ come un cerchio che si chiude: nel 1976 realizzai tra la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e la Polisportiva Johannes, in via Is Mirrionis, un murale raffigurante una bambina che per l’appunto si affacciava alla finestra e osservava ciò che aveva davanti a sé. Questo modello l’ho riproposto anche in questa occasione». Un’occasione preziosa per rimarcare ulteriormente la capacità dell’arte di saper esprimere le istanze più significative della società e analizzare le dinamiche storiche e sociali contemporanee con uno sguardo critico e attento. «Il mezzo e il fine per me», conclude Polo, che ha esordito nel panorama artistico nel 1974 con una prima mostra nel capoluogo in un galleria in via Ariosto chiamata ‘’Le Muse’’, «non sono scindibili ma anzi sono estremamente legati questi due aspetti. L’arte non è mai fine a se stessa».



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