Poesie ritmiche e struggenti in forma di note musicali che fluiscono raffinatamente e che si amalgamano alla perfezione l’una con l’altra, evocando suggestioni mistiche e profonde in cui è lieto perdersi. Questo, e molto altro, è stato ieri – sabato 18 ottobre – lo spettacolo del pianista jazz Francesco Turrisi, torinese di 48 anni, al Teatro degli Intrepidi Monelli del direttore artistico Sergio Piano in quel di viale Sant’Avendrace a Cagliari, organizzato da Forma e Poesia nel Jazz di Nicola Spiga in occasione dell’omonima rassegna che coinvolge, da quasi trent’anni, alcuni degli esponenti di maggior rilievo del jazz e di ciò che a esso sta attorno.
Turrisi, trasferitosi dal 2004 in Irlanda, rappresenta uno dei pianisti più talentuosi in circolazione, vincitore di premi di assoluto spessore come il Grammy Award nel 2022 con il disco insieme a Rhiannon Giddens ‘’They’re calling me home’’ come miglior album folk. L’aria che si respira durante la serata, sin dall’attesa, è quella delle grandi occasioni: per Francesco Turrisi è la prima volta in Sardegna, ad accoglierlo un pubblico nutrito di un’ottantina di persone che riempiono il teatro. A prendere la parola poco prima dell’inizio è l’organizzatore Nicola Spiga che fa una breve presentazione dell’artista, il quale sale sul palco alle 21.10 dando vita a uno spettacolo all’insegna della raffinatezza e di una accurata ricercatezza stilistica che traspare da subito.
Appena si accosta al pianoforte e comincia a suonare, non è difficile capire il perché Francesco Turrisi venga soprannominato ‘’alchimista musicale’’. L’artista accarezza i tasti, eseguendo magistralmente la sua prima composizione ovvero ‘’Paolo e Francesca’’, un brano di vecchia data ma che non smette mai di suscitare emozioni intense. Il secondo brano rappresenta un tributo significativo alle sue origini sicule: nella fase iniziale del brano si sentono le voci degli ambulanti con le quali Francesco si svegliava la mattina quando trascorreva del tempo nel paese natale dei propri genitori ovvero San Vito Lo Capo. È un brano struggente che trasmette tutti i profumi del Mediterraneo, la magia delle estati della propria infanzia in cui tutto sembrava avere un fascino unico e irripetibile.
Francesco, tra un brano e l’altro, si rivolge al pubblico, presentando i pezzi che eseguirà e rivelando alcuni aneddoti relativi alla loro storia. Molto interessante e significativa una sua riflessione relativa ai generi musicali. «Non credo molto ai generi musicali», sottolinea, «penso sia solo una definizione per vendere più dischi o talvolta anche per escludere qualcuno». Ciò che crea Francesco Turrisi va al di là dei generi e delle categorizzazioni, nutrendosi delle tante influenze fatte proprie nel corso degli anni, che confluiscono in un insieme ipnotico e suggestivo. Quelli che crea con i suoi brani sono veri e propri mondi, in grado di comunicare l’uno con l’altro e di compenetrarsi a vicenda. Le sue composizioni hanno sfumature variopinte che racchiudono sentimenti come malinconia, gioia, curiosità e nostalgia.
Di rilievo la sua riflessione sull’essenza dell’approcciarsi a uno strumento come il pianoforte. «Ogni sera è un’avventura diversa», puntualizza. «Suonare il piano è un po’ come volare e al contempo cadere, ci si trova sempre in bilico, proprio per questo è importante imparare a trovare il proprio equilibrio». Non mancano gli aneddoti durante la serata, come ad esempio la conoscenza di una comunità sarda durante gli anni di studio al Conservatorio dell’Aja nei Paesi Bassi. Ironia, professionalità spiccata, amore autentico per ciò che fa e la curiosità di cimentarsi sempre in qualcosa di nuovo: tutto questo caratterizza Francesco Turrisi, artista sopra e sotto il palco, dai modi eleganti e dalla gentilezza per nulla scontata in una società complessa come quella in cui viviamo.
C’è spazio per un ultimo pezzo in cui coinvolge il pubblico che diventa un coro vivace di tante voci che si amalgamano bene insieme, creando vocalizzi in perfetta sintonia con la melodia del pianoforte. Verso le 22.20 si accendono nuovamente le luci, non manca un saluto anche all’ideatore della rassegna ovvero Giorgio Murtas, l’uscita di scena di Francesco non poteva che essere accompagnata da un lungo e affettuoso applauso. Fuori dal teatro, le persone si riversano nel lungo viale alberato, ognuna diretta verso una destinazione diversa ma tutte accomunate dall’aver condiviso un momento di grande eleganza all’insegna della poesia che solo il jazz sa trasmettere.



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