Federico Buffa e l’arte di rendere lo sport poesia

Le imprese sportive non sono semplicemente gesti atletici di spessore immenso. Assolutamente no, sarebbe una visione superficiale e fuorviante questa. Un’impresa compiuta da un atleta è un pezzo di storia unico della cultura di un paese, un’opera d’arte destinata a restare nel tempo, arricchendosi anno dopo anno di significati profondi che offrono spunti di riflessione importanti. Proprio come quelli che è in grado di offrire Federico Buffa, milanese classe 1959, uno dei giornalisti sportivi più amati e apprezzati, un narratore unico, attento e appassionato, una personalità curiosa e sensibile prima ancora che un professionista di indubbio spessore che ha mosso i suoi primi passi a partire dal 1978, sotto lo sguardo attento del suo maestro Aldo Giordani, massimo esperto di pallacanestro di cui conserva un ricordo affettuoso. Buffa sarà in Sardegna con il suo spettacolo ”Italia Mundial” – con la regia di Marco Caronna e l’accompagnamento al pianoforte di Alessandro Nidiil 17 maggio alle 20 al teatro comunale Akinu Congia di Sanluri per la nona edizione del festival ”Sanluri Legge”, promosso dalla città di Sanluri con  il sostegno della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna e con la direzione artistica di Valeria Ciabattoni del CeDAC Sardegna, il tutto presentato dalla giornalista de L’Unione Sarda Francesca Figus. Un festival di prestigio che terminerà il 18 maggio, in grado di coinvolgere in questa edizione nomi del calibro di Gianrico Carofiglio, Sigfrido Ranucci, Marianna Aprile, Flavio Soriga, Nicola Muscas, Piergiorgio Pulixi, Matteo Porru e per l’appunto Federico Buffa che, il 18 maggio alle 21.30 al Mercato Civico in piazza Garibaldi a La Maddalena, sarà in scena nuovamente nell’Isola con lo spettacolo ”Due pugni guantati di nero” incentrato sul celebre gesto di protesta e sulla storia dei due sprinter americani Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico, protagonisti sul podio dei 200 metri – distanza in cui colsero rispettivamente il primo e il terzo posto, mentre al secondo posto si classificò l’australiano Peter Norman – di un episodio destinato a lasciare il segno sotto il profilo politico e sociale, che ebbe un grande impatto sull’opinione pubblica. Due spettacoli ricchi di contenuti, due spettacoli grazie a cui toccare con mano il talento cristallino di un narratore di caratura in grado di cogliere dallo sport la parte più pura e magica.

Buffa che ricordo ha della finale dei 200 metri alle Olimpiadi del 1968?

Fu la prima Olimpiade che vidi con consapevolezza, chiaramente ero molto piccolo e assorbì l’evento tempo dopo ma rimasi subito affascinato dal gesto di protesta di Tommie Smith e John Carlos. Mi accorsi subito che dietro i loro due pugni alzati c’era qualcosa di significativo, il loro coraggio nell’esporsi mi affascinò subito e ancora oggi mi colpisce. Conobbi Tommie Smith due anni fa, parlava tranquillamente dell’argomento e delle ripercussioni che ebbe a causa di quanto fatto, dimostrando di essere una persona di spessore sotto tutti i punti di vista senza mai abbandonarsi alla rabbia.

Cosa apprezza di una disciplina come l’atletica leggera?

L’atletica è la regina degli sport, su questo non si discute. Nasce tutto da lì, ha un fascino unico. Alcune delle gare più avvincenti di sempre sono legate proprio all’atletica, penso ad esempio alla maratona e ai 100 metri.

Tra le due quale preferisce?

Indubbiamente la maratona, è il simbolo della storia olimpica. In particolare, sono due le maratone olimpiche che hanno lasciato un segno profondissimo nella storia contemporanea: quella del 1936 a Berlino vinta dal coreano Kee Chung Sohn, costretto a gareggiare per il Giappone dato che il suo paese in quel momento era sotto la dominazione nipponica, e poi quella del 1960 a Roma vinta dall’etiope Abebe Bikila a piedi nudi, proprio nella capitale del paese con cui la sua nazione tra il 1935 e il 1936 era stata in guerra. Furono due vittorie simboliche di due grandi atleti appartenenti a due paesi sconfitti, fu una rivalsa notevole.

Il suo spettacolo ”Italia Mundial” è un tuffo indietro nel tempo alla splendida vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio del 1982: come definirebbe quell’impresa?

Ne parlavo qualche giorno fa proprio con uno dei protagonisti di quel magico Mondiale ovvero Marco Tardelli: beh, direi che quella vittoria va ben oltre la definizione di ”impresa sportiva”, si è caricata di un significato molto più profondo per la storia del nostro Paese. Forse, addirittura, si potrebbe persino dire che l’Italia è uscita dagli anni di piombo definitivamente con la vittoria, dopo una travagliata fase a gironi iniziale, sull’Argentina di Maradona il 29 giugno 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona: fu la prima volta, dopo tanto tempo, in cui gli italiani scesero di nuovo in piazza per un motivo festoso. Tra l’altro, a proposito di Tardelli, mi ha detto che doveva essere lui a marcare a uomo Maradona, era questa la decisione presa sino al giorno prima della partita poi la scelta è ricaduta su Claudio Gentile. Beh, direi che è andata comunque alla grande.

Quando nasce la sua passione per il teatro?

Da sempre, ho avuto la fortuna di avere un padre che mi ha trasmesso questo grande amore essendo lui in primis appassionatissimo. Il mio unico rammarico, e lo dico con un pizzico di commozione, è il fatto che mio padre non abbia fatto in tempo a vedere i miei spettacoli andare in scena.

Di recente è stato ospite del podcast di Giacomo Poretti ”PoretCast”: ha mai pensato di idearne uno suo?

In tanti mi hanno fatto presente questa possibilità, però sinceramente sino a ora non ci ho mai pensato.

Il 22 gennaio del 2024 è venuto a mancare Gigi Riva, su cui lei nel 2019 ha realizzato il documentario per Sky Sport ”Federico Buffa racconta Gigi Riva, l’uomo che nacque due volte”: cosa ha rappresentato per lei Riva?

Riva per me era come un Dio greco, da sempre. Oltre al suo talento immenso, e al fatto che lo considero il più grande attaccante della storia del calcio italiano, di Riva mi ha colpito la sua venatura di tristezza sempre presente, avendo perso i genitori molto giovane, e questa malinconia che si è portato sempre appresso.

Lei è stato più volte in Sardegna: cosa apprezza maggiormente dell’Isola?

La grande dignità del popolo sardo, che non si trova da nessun’altra parte. La dignità dei sardi è speciale, magica, rappresenta un’eccezione, ha un qualcosa di diverso rispetto a tutto il resto, un qualcosa che ha conquistato proprio Gigi Riva spingendolo a rimanere qui e che va ben oltre la bellezza dei luoghi naturali. La Sardegna è una terra dalla compostezza unica, ricca di grande umiltà.

In tanti anni di attività professionale, qual è l’insegnamento più grande che le ha trasmesso lo sport?

La consapevolezza che gli atleti hanno un valore immenso, troppo spesso sottovalutato da noi in Italia. Gli sportivi sono veri e propri artisti e questa percezione nel nostro Paese spesso manca. Bisogna insistere su questo aspetto, gli atleti non sono macchine, ma persone con un percorso di vita importante che merita rispetto, dotate di un talento che non deve essere assolutamente dato per scontato.

 

 

Immagine di Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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