«Siamo nella società dell’informazione non della comunicazione. Questo termine, al giorno d’oggi, è falso perché purtroppo non comunichiamo affatto». Le parole pronunciate da Bachisio Bandinu stasera nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna in via Enrico Sanjust 13 a Cagliari, davanti a una folta e attenta platea di oltre duecento persone, sono la dimostrazione cristallina dell’acume e della profondità delle riflessioni di uno dei più grandi intellettuali sardi di sempre. Docente, antropologo, giornalista, direttore de L’Unione Sarda, scrittore: Bachisio Bandinu, 85 anni nato a Bitti, ha ricoperto tanti ruoli di spicco sempre con quel rigore e quella fermezza morale che gli hanno permesso di rappresentare una voce unica e libera in un panorama culturale sempre più ammorbato da luoghi comuni e monotono. Il suo intervento, intitolato ‘’Uomo e Tecnologia: tra tradizione e innovazione’’, si inserisce nel ciclo di incontri sul tema ‘’Facciamo l’uomo (Gen 1,26): l’umanità tra radici e futuro’’, con la moderazione di Don Antonio Pinna, per quarant’anni docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica in cui ha ricoperto anche il ruolo di Vicepreside. A fare gli onori di casa ci ha pensato il Preside della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna ovvero Don Mario Farci.
Dopo una breve presentazione di Don Antonio Pinna, in cui è stata ricordata la prima opera dell’intellettuale uscita nel 1976 intitolata ”Il re è un feticcio” scritta con Gaspare Barbiellini Amidei, è la volta di Bachisio Bandinu che prende la parola alle 17.30 e nel farlo va ben oltre un discorso ricco di concetti espressi impeccabilmente. Bandinu riesce a parlare ai cuori delle persone presenti, profondamente colpite dalle sue considerazioni in grado di lasciare il segno. «Si parla tanto di tradizione», dice, «ma la concezione che noi abbiamo di essa è statica e passiva. Tradizione vuol dire procedere nel cammino e, cosa ancora più importante, significa aprire nuovi scenari». Subito dopo si sofferma sul concetto di dialettica. «Quando è diseguale», precisa, «non può essere definita tale. Questo vocabolo viene usato in maniera impropria». L’antropologo si rivolge al pubblico con passionalità e precisione, trattando argomenti delicati con franchezza soffermandosi sui dettagli; tanti i riferimenti di rilievo come quello alla industria petrolchimica oppure come la critica all’attuazione del Piano di Rinascita approvato l’11 giugno giugno del 1962 dalla legge numero 588. «Quel piano», spiega, «di rinascita non ha nulla. Non poteva esserci rinascita nell’industria petrolchimica per la nostra terra». A quel punto ricorda la centrale termoelettrica di Ottana, nata nei primi Settanta, costruita dopo che la Commissione presieduta dal senatore Medici – istituita dal Parlamento per analizzare i problemi del banditismo in Sardegna e in particolare nel Nuorese – propose la realizzazione di un polo chimico finanziato dallo Stato in modo da incentivare un deciso intervento sociale volto all’estirpazione del malessere. Non manca anche un accenno alla creazione nel 1993 di Video On Line, uno dei primi Internet Service Provider italiani frutto dell’intuizione geniale di Nichi Grauso all’epoca editore del gruppo L’Unione Sarda.
Un altro argomento trattato è quello della lingua sarda e il fatto che troppo spesso viene impedito di usarla nei contesti istituzionali come ha sottolineato Bandinu facendo riferimento alla sua infanzia e, nello specifico, al periodo della scuola primaria. «Purtroppo questo è un vero peccato», ha rimarcato, «perché la lingua sarda è la lingua del sentimento». Dal tema della lingua si passa a quello delle trasformazioni. «Sono fondamentali, nessuno questo lo mette in dubbio, ma devono essere filtrate e soprattutto non devono diventare cancellazioni delle radici di un popolo. Troppo spesso le trasformazioni non sono tali ma eliminano gli elementi identitari di un popolo». L’occasione è propizia per fare riferimento al saggio ”La rivolta dell’oggetto” di Michelangelo Pira, altro esponente storico della scuola antropologica di Cagliari, e per soffermarsi sul fatto che l’avanzare sempre più massiccio della tecnologia ha disgregato la comunità: una comunità che quasi non esiste più. Tra i momenti salienti della sua riflessione spicca l’attenzione verso la centralità della parola. «Stiamo vivendo un dramma, in questa società trionfa l’immagine, la parola sta diventando tristemente sussidiaria e non suscita più alcun slancio emotivo. Sta cadendo il fascino della parola». La riflessione sulla parola e sul linguaggio offre il gancio per parlare del senso del tempo. «I giovani di oggi si soffermano esclusivamente sul presente, venendo consumati dalla concatenazione frenetica degli attimi. Io, e come me tanti altri, siamo figli della parola mentre le nuove generazioni sono figlie dell’immagine e l’immagine la preferiscono a tutto. Questo perché le immagini sono decisamente più fruibili e il rapporto con esse è molto più facile da vivere, a differenza del rapporto con la parola che richiede una partecipazione particolarmente impegnativa, a tratti totale». Bandinu continua, precisando un aspetto essenziale. «Essere indaffarati non vuol dire fare. Vuol dire essere concitati dal susseguirsi degli istanti e alla fine ci si accorge che il tempo a disposizione non basta mai. Insomma, si resta con un pugno di mosche in mano». Dal senso del tempo e dal confronto tra immagine e parola ci si sposta al rapporto tra le persone e i propri cellulari, un rapporto magari non di totale dipendenza ma comunque molto stretto e in alcuni casi persino eccessivo e nocivo per chi ne viene inglobato.
Le analisi di Bandinu vengono formulate con quella schiettezza di chi, per citare Pier Paolo Pasolini, non ha il timore di essere ‘’corsaro’’. Sono tante le domande che si pone tra cui: siamo più felici rispetto a settant’anni fa? Si può misurare la felicità in reddito pro capite? Domande dirette che portano gli ascoltatori a guardarsi dentro. «La nostra scommessa», prosegue, «è ricercare la cultura del saper fare. Non esiste sapere senza operare. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, di avere autocoscienza. Avere autocoscienza vuol dire avere a disposizione un ampio margine di libertà». La fase conclusiva del suo intervento è quella più significativa e ricca di spunti di riflessione. «Personalmente, mi interessa il cammino non tanto la meta precisa», aggiunge, «perché mettersi in cammino vuol dire procedere e nel momento in cui si procede vuol dire che ci si sta muovendo verso nuove direzioni». Direzioni da raggiungere facendosi forti del valore dell’humanitas che va oltre l’ottimismo e il pessimismo, rendendosi protagonisti di una ricerca culturale che consenta di vedere nitidamente il valore delle risorse di cui si dispone, prendendo consapevolezza che un apporto esterno è sì importante ma deve essere realmente tale senza tramutarsi in meschini tentativi di dominio. Ci si sofferma anche sul silenzio, definito da Bandinu come un linguaggio rilevante che però non deve essere confuso per nessun motivo con il mutismo. Il finale, al termine di un incontro intenso e profondo dalla durata di un’ora e mezzo, è all’insegna di un messaggio di speranza da tenere bene a mente in questi tempi incerti e frenetici. «Bisogna camminare, senza stancarsi mai di farlo», conclude Bandinu, «perché persino quando si incappa nell’oscurità e ci si imbatte nel sentiero della notte qualcosa di bello può accadere e può sorgere la luce di un nuovo giorno».


