Shirley Temple – Riccioli D’Oro

La sua immagine, il suo viso angelico contornato dai celeberrimi Riccioli d’Oro sono una delle polaroid mentali che ricordiamo quando pensiamo ai film Made in Hollywood degli anni ’30.

Gentile, dolce, saggia e con un acume fuori dalla norma, i suoi personaggi incarnavano la voglia di Hollywood nel voler creare un modello di bambina perfetta.

La sua vita, come quella di tanti enfant prodige, non fu tutta rosa e fiori. Seguitemi nella vita (dentro e fuori il set) di Shirley Temple.

 

Un’infanzia alle audizioni, un talento unico e una madre ossessionata dal successo

Shirley Temple nacque il 23 aprile 1928 a Santa Monica (all’epoca città autonoma, oggi sobborgo di Los Angeles) da George Francis, affarista e banchiere e Gertrude, casalinga con un passato da ex-ballerina. Fu proprio per via dell’ambizione materna (e della sua voglia di trasporre le aspettative sull’unica figlia della coppia) che Shirley –appena imparato a camminare- fu portata da un’audizione all’altra, imparando a ballare ad appena 3 anni, frequentando la prestigiosa Meglin’s Dance School di L.A.

La svolta per la sua carriera giunse quando Charles Lamont, Direttore casting della Educational Pictures, visitò la sua classe. Nonostante la timida (Ve lo sareste mai immaginato?) Temple si nascose dietro un pianoforte, fu scelta assieme ad altri compagni.

Il rapporto con la educational durò dal 1931 al 1934, anni in cui Shirley apparve in due serie. La prima, “Baby Burlesks”, era una satira continua legata agli avvenimenti politici d’attualità e i Blockbuster dell’epoca. La Temple e i suoi “colleghi” apparivano spesso vestiti solo di un pannolino o da adulti. Fu una serie controversa e criticata a posteriori per diversi aspetti. La seconda serie, dal titolo “Frolics of Youth”, vedeva Shirley interpretare la pestifera sorella minore di una famiglia della periferia suburbana americana.

In queste prima apparizioni, i capelli di Shirley sono castani e lisci, nel loro aspetto più naturale. Furono i produttori a suggerire alla mamma della Temple di trasformare la bambina in una cascata di ricciolini biondi. Ogni mattina Miss Gertrude sistemava i biondi capelli in 56 boccoli, perfetti e vaporosi.

Si dà il caso che, coeva alle prime apparizioni di Shirley, andasse per la maggiore una serie, “Our Gang” di Hal Roach (Arrivata oltreoceano con il nome di “Piccole Canaglie”) e pare che tra la mamma-agente e Mr. Roach ci siano stati dei contatti. La collaborazione non fu mai in essere e abbiamo tre possibili motivazioni: secondo Roach, Shirley e la mamma non produssero un nastro per l’audizione. Secondo il regista della serie. Robert F. Mc Gowan dichiarò che Gertrude pretese un contratto faraonico per la figlia. Da ultimo, Shirley – nella sua biografia “Child Star” – scriverà di non aver mai partecipato ad alcune audizione. La verità, come in questo e tanti casi, resta nascosta tra gli Studios di Hollywood.

Nel 1934 Shirley compare ne “Il trionfo della vita”, polpettone cinematografico di propaganda rooseveltiano. Sono gli anni del New Deal e della lenta rinascita degli States dopo la Grande Depressione e il crack del 1929. Shirley incarna il prototipo ideale della “Figlia d’America”. Innumerevoli pellicole la vedranno orfana di almeno uno dei genitori (quando non di entrambi), sulla soglia della povertà 8se non sotto): la figlia che tutti vorrebbero, la nipote che tutti sognano, la sorella ideale. Insomma, un cliché fantastico per la rinascita americana, per affrontare le fatiche quotidiane.

Non solo: la piccola Temple è scritturata dalla neonata Twentieth Century Fox, nata dalla fusione tra la Twentieth Century Pictures e la Fox Film Corporation. In coppia con James Dunn (il coprotagonista de “Il Trionfo della vita”), Shirley girerà diverse pellicole. Per una in particolare, “La mascotte dell’aeroporto”, uno strappalacrime incredibile, Shirley vincerà l’Oscar. Badate bene, sarà un premio creato appositamente per lei, l’Oscar Giovanile. Il film, oltre a far versare lacrimoni a milioni di americani tali da riempire uno dei celeberrimi Grandi Laghi, avrà il merito di salvare la Fox dalla bancarotta. Sarà anche il primo film dove la Temple canterà. Altro anno, il 1935, atra caterva di pellicole, compresa quella che le darà il soprannome con la quale è conosciuta, ovvero “Riccioli d’Oro”.

Il contributo al buonumore nazionale fu così fondamentale che il Presidente Roosevelt dichiarò:

“Finché il nostro Paese avrà Shirley Temple, noi staremo bene”

(“As long as our country has Shirley Temple, we will be all right”)

 

Tornando a bomba, dei 20 film che Shirley girerà per la Fox, 16 la vedono orfana (almeno di un genitore). Gli incassi volavano e il cachet di Shirley lievitava più di una pagnotta in un panificio: per 4 anni di seguito, fu l’artista più pagata di Hollywood tra le rappresentanti del gentil sesso (Greta Garbo prendeva noccioline, in confronto). L’unica Star che teneva testa a Riccioli d’Oro (di nome e di fatto) era Cary Grant. Per mantenere “l’eterna giovinezza” di Shirley, la sua data di nascita fu posticipata di un anno, dal 1928 al 1929. Il tutto senza che la Temple lo sapesse: lo scoprì al compimento del suo 13° compleanno (Che regalo, Shirley!).

Sempre nel 1935, Shirley fu protagonista di due pellicole ambientate durante la Guerra di Secessione, altro filone battuto in quel periodo. Imparò complesse coreografie di Tiptap da eseguire assieme a Bill “Bojangles” Robinson. Peccato (e sono ovviamente sarcastico) che Robinson fosse di colore e che tenesse la Temple per mano in alcune scene. Motivo per il quale le pellicole furono boicottate nei sempre liberali Stati del Sud.

Altre pellicole furono controverse (come se queste due non bastassero): in “Cin Cin”, la Temple è figlia (orfana, pensa te) di due missionari in quel della Cina. All’interno della pellicola, Shirley canta a “parla” un cinese maccheronici (O Noodlesonico, se mi accettate il becero neologismo).

Il 1936 vede la ragazza interpretare ruoli di una giovane contadinella (o comunque legata alla campagna), per spingere il “ritorno alla campagna” auspicato dal new Deal di Franklin Delano Roosevelt. Tra altissimi e pochi bassi, la carriera di riccioli d’oro andava avanti, tra immancabili cliché (“Alle frontiere dell’India”, stranamente impegnato, era tratto da un racconto di Kipling; non così serio fu “Susanna e le giubbe rosse”, dove appaiono i pellirosse, stereotipati.)

La carriera di Shirley andava: fu nel 1939 che subì un brusco stop, iniziando il declino. Colpa del Mago di Oz. (Se ti interessa il film e 10 imperdibili curiostà, clicca sul link. Ti porterà direttamente all’articolo, più velocemente delle Scarpette di Rubino. LLo sapevi che le Scarpette in realtà…Scoprilo leggendo l’altro articolo)

 

Una Dorothy mancata, due tonfi pesanti, l’età che avanza e quella strana recensione: Shirley cambia pelle

Nel 1939 la MGM (altra Major di Hollywood) stava per portare sul grande schermo una trasposizione del romanzo di Frank Baum “Il Mago di Oz”. Un musical in grande stile, che avrebbe avuto una parte girata in bianco e nero e una in Technicolor. Il ruolo era stato pensato sulle corde della Temple ma la Fox non diede il via libera ai “rivali” della MGM. Risultato? La pellicola proiettò Judy Garland nell’Olimpo. Per cercare di riprendere il terreno, la Fox provò con due Blockbuster (almeno sulla carta): “La piccola principessa” (interamente in Technicolor) e “Alla ricerca della felicità”. Due trionfi? Al contrario: due tonfi colossali, ingenti perdite di danaro e la carriera di Shirley, ormai dodicenne, in picchiata. Ormai il pubblico sembrava aver fatto un’indigestione dei Riccioli Dorati e della sua dolcezza. L’ultima pellicola girata per la Fox, “Non siamo più bambini”, si apre con una carrellata di Best Moments tratti dai suoi film di successo, mentre Shirley ringrazia tutti per i tanti e lieti momenti passati insieme. Terminato il film, terminò anche il contratto con la Casa di produzione.

Come se non bastasse, l’anno precedente (1939) era uscita una recensione firmata dal romanziere Graham Greene per la rivista “Day and Night”, legata alla pellicola “Alle frontiere dell’India”. Riprendendo il giudizio di critici precedenti, Greene ci regala delle conclusioni al vetriolo, soprattutto sui fans della Temple:

“[…] Il caso della signorina Temple, tuttavia, è d’interesse peculiare: per lei l’infanzia è solo un travestimento, il suo appeal è più segreto e più adulto. Già due anni fa era un bel bocconcino (la sua infanzia, secondo me, si è conclusa con La piccola ribelle). In Capitan gennaio indossa i pantaloni con la matura coscienza di una Dietrich: il culetto elegante e già ben sviluppato si dimena nel tiptap, gli occhi in tralice ti cercano con maliziosa civetteria. Adesso, in Alle Frontiere dell’India, con quel gonnellino corto, è davvero uno schianto! Guardatela mentre corre tra le baracche indiane; ascoltate l’affannoso respiro di eccitazione dei suoi attempati spettatori quando il sergente la solleva in alto; osservate con che disinvoltura professionale squadra un uomo, con fossettine di depravazione. Sentimenti d’amore e di passioni adulte filtrano attraverso la maschera dell’infanzia, un’infanzia che è soltanto un velo. Tutto ciò è molto astuto, ma non può durare. Se i suoi ammiratori – signori di mezza età ed ecclesiastici – soggiacciono alla sua ambigua civetteria e alla vista del suo corpicino ben fatto e desiderabile, che trabocca di una smisurata vitalità, è solo perché la storia e la sceneggiatura alzano una barriera di sicurezza tra la loro ragione e il loro desiderio […]”

Fortuna (per Shirley) che questa recensione stroncò la carriera di Greene come critico e della rivista. La madre della Temple e la Fox denunciarono il romanziere. Tuttavia, fu la prima –secondo alcuni storici del cinema- “Lolita”, vent’anni prima di quella descritta da Nabukov nell’omonimo romanzo (1955).

Pensate sia finita qui? No, per nulla. La Temple seppe re-inventarsi in maniera intelligente e arguta.

Durante l’adolescenza, la nostra continuò a recitare in pellicole non indimenticabili e che –spesso- vivevano grazie al traino del suo nome. A 17 anni, nel 1945, sposò John Agar, attore. I due ebbero una figlia, Linda Susana, ma il matrimonio non fu rosa e fiori; al massimo, fu alcool e crudeltà (da parte dell’attore). Gli ultimi film furono un flop: uno solo “The Legend of Seabiscuit” va menzionato, poiché ebbe un remake 56 anni dopo con Tobey “Spider-Man dei primi tre film” Maguire come protagonista.

Nel 1958 la Temple tornò a bomba, grazie a una serie per bambini, intitolata “Shirley Temple’s Storybook” (tradotta in italiano come “Le grandi fiabe raccontate da Shirley Temple”). Il format durò sino al 1961, dopodiché Miss Temple abbandonò la recitazione. Undici anni prima, nel 1950, si era risposata con un businessman californiano, Charles Black, il quale non aveva mai veduto una sua pellicola. Come non innamorarsi di tanta sincerità, non credete? I due ebbero dei figli, Charles Jr e Lori, mentre la Temple adotterà anche il cognome del marito, per scegliere una carriera politica.

E qui vi stupirò: Shirley Temple Black si candidò al Congresso (con i Repubblicani) nel 1967 e avrà diversi incarichi diplomatici: rappresenterà gli States presso l’ONU dal ’69 al ’70. Sarà inoltre ambasciatrice in Ghana (1974) e Cecoslovacchia (1989). Due anni prima dell’incarico in terra boema, era stata nominata Primo Ufficiale Onorario del Ministero degli Esteri dal Segretario di Stato Shultz. Mica male.

Fece parte dei consigli di amministrazione di “aziendine”: The Walt Disney Company e Del Monte Foods (giusto per citare le due più famose). Insignita di un Dottorato ad Honorem della Santa Clara University e dalla Lehigh University, oltre che da un tributo da parte del College di Notre Dame e dalla Yale University.

Sotto quei Riccioli D’Oro (che più non c’erano: Shirley era tronata da anni al suo naturale colore di capelli) c’era un cervello attivo, scattante, arguto, vivace.

Fu una pioniera per quanto riguarda il tumore al seno, nella fattispecie il parlarne pubblicamente a scopo divulgativo. Mai prima di lei qualcuno aveva fatto ciò. Shirley lo fece.

Alla fine del secolo (1999), iniziò a collaborare come consulente per la ABC, che stava creando un film televisivo basato sulla sua autobiografia, “Child Star: The Shirley Temple Story”.

Nel 2006, l’allora Presidente della Screen Actors Guild, Melissa Gilbert, premiò la quasi ottantenne Mrs. Temple con lo “Screen Actors Guild Life Achievement Award”, l’onorificenza più alta. Queste furono le parole della Gilbert al riguardo:

“[…] Penso che nessuno meriti il SAG Life Achievement Award più di Shirley Temple Black. Il suo contributo all’industria dell’intrattenimento è stato senza precedenti. Ha vissuto una vita davvero notevole, una brillante attrice che il mondo ha conosciuto quando lei era solo una bambina. In ogni cosa che lei ha fatto, Shirley Temple Black ha dimostrato una grazia non comune, talento e determinazione, per non parlar della sua compassione e del coraggio. Quando era bambina ero entusiasta di ballare e cantare i suoi film e già di recente come presidente Guild sono stata orgogliosa di poter lavorare al suo fianco, come sua amica e collega. Lei ha avuto un’indelebile influenza sulla mia vita. Lei era il mio idolo quando io ero una ragazza e rimane il mio idolo ancora oggi.”

 

Dopo una vecchiaia serena, l’indimenticabile Shirley morì il 10 febbraio 2014, a 85 anni.

È stata iconica, è stata un modello, è stata una guida. È stata l’idolo di un giovanissimo Andy Warhol (che era iscritto al Fanclub della Temple). È l’unico personaggio ad apparire ben due volte sulla cover di “Sgt. Peepr’s Lonely Hearts Club Band”, L’Album (e la copertina) più famoso e conosciuto degli ultimi 100 anni.

Il suo nome ha dato vita a un cocktail (creato appositamente per lei. Ginger Ale e Granatina: da replicare a casa, se vi piacciono i cocktail dolcissimi e analcolici).

Ha premiato Topolino con un Oscar (non penso che molti possano vantarsi di questo, non pensate?) ed è apparsa in diverse pellicole animate della Disney. È citata ancor ‘oggi in serie cult, come i Simpson e Stranger Things.

 

Tutto grazie a una mamma ossessionata dal successo, ad un talento incredibile e a quei imbattibili 56 Riccioli D’Oro.

Che forza, Shirley

 

AbC Alberto Caboni

 

A. b. C. Alberto Caboni

A. b. C. Alberto Caboni

Nato l’anno dopo il trionfo del Mundial Spagnolo nella millenaria città di Cagliari, muove i suoi primi passi con una penna in mano, alla ricerca costante di fogli bianchi da riempire di lettere, parole, periodi, paragrafi. Dietro l’acronimo-pseudonimo si nasconde un essere senza volto (o quasi).

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