Noemi Medas – L’arte nel DNA

Noemi Medas è una giovanissima attrice italiana, nata a Cagliari. Ha solo sei anni quando i suoi piedi si muovono sulla scena. Tutto normale per Noemi Medas che è figlia dell’arte. La famiglia infatti opera nel campo dal 1920.

Facile supporre che nel suo DNA il talento sia in qualche modo inciso.

 

Noemi è stata particolarmente apprezzata per le sue interpretazioni intense e convincenti in cui dimostra la capacità di adattarsi a ruoli diversi, spaziando dalla commedia al dramma e sempre capace di trasmettere emozioni autentiche.

 

Lei continua a emergere come una promettente attrice nel panorama artistico italiano cosi, curiosa di conoscere di più della sua storia ed esperienza artistica l’ho contattata sui social per un’intervista e lei da subito è stata sorridente e gentile.

 

Eccoci.

 

Come è iniziata la tua passione per la recitazione? C’è stato un momento o un’esperienza specifica che ti ha spinto a intraprendere questa carriera?

Ho iniziato a recitare a teatro fin da bambina con la mia famiglia d’arte. Applicare in casa fin da piccoli, in ogni campo della vita, è un buon modo per rendere spontanea e quotidiana qualsiasi cosa. In questo senso posso dire che mi sento molto a mio agio con questo tipo di comunicazione, in questo linguaggio artistico. È difficile indicare un momento preciso, anche perché per me è un continuo work in progress, ma ricordo un’esperienza che ha sicuramente aperto la porta della curiosità in maniera più matura e consapevole. Complice il fatto che avevo 20 anni e non fossi soddisfatta del mio percorso di studi universitari, frequentai un corso di perfezionamento per professionisti al Teatro Stabile della Sardegna. Per lunghi mesi mi confrontai con registi nazionali; con altri colleghi che avevano le loro esperienze, le loro idee. Insomma, ho messo il naso fuori di casa e mi sono confrontata con il mondo fuori. Capii che c’era molto di più da sapere e ce ne sarebbe stato per sempre. A 23 anni invece, lavorando come co- protagonista femminile nel film “Perfidia” di Bonifacio Angius, è nato veramente l’amore per il cinema. Precedentemente avevo avuto solo esperienze minori, quella volta è stata la volta decisiva.

 

Quali sono state le tue primissime esperienze nel mondo della recitazione? Hai avuto momenti particolari che hanno influenzato la tua strada?

Le “primissime” con la mia famiglia d’arte. L’idea in famiglia era un po’ “buttiamoli in pista”. Quindi ho iniziato a sei anni, dicevo solo una battuta, ma ero spesso in scena. Perciò le prime cose da imparare sono state la presenza scenica e di conseguenza l’ascolto. Più passa il tempo e più mi accorgo che ci sono stati tanti momenti particolari che hanno influenzato il mio percorso. Ma questo dipende anche dal fatto che mi annoio facilmente, ho bisogno di trovare stimoli continui. Inizio a studiare delle cose e poi a mio modo le integro, a volte me ne rendo conto dopo, a volte lo faccio consapevolmente. Non mi piace il comfort, mi metto in difficoltà. Per scherzo dico spesso che io in realtà sono una “Ricerc-attrice”. Comunque, non sono solo dei momenti che hanno influenzato me e di conseguenza la mia strada, ci sono state anche persone e incontri speciali e/o particolari.

 

Come ti prepari per un nuovo ruolo?

Dipende dal progetto e dipende dal ruolo.

A teatro in un modo, al cinema in un altro. In un’opera brillante in un modo, in un’opera drammatica in un altro, in un’opera musicale in un altro ancora. Oltre all’aspetto poetico del mestiere credo ci sia anche quello più pratico. Ci sono gli aspetti artistici e creativi da considerare, come ci sono quelli più pragmatici, organizzativi. Domande come: che progetto è? A chi si rivolge? Chi sono i miei compagni di scena? Come si esprimono? Chi è il regista? Cosa vuole raccontare il regista? Questo per dire che mi interrogo sull’intero mondo che andrò ad abitare; quindi, per me il modo non è mai lo stesso.

 

Però posso raccontare una cosa. Spesso faccio memoria dei testi facendo le faccende domestiche. Mi preparo degli audio in cui mi registro dicendo le battute dei miei compagni di scena, lasciando uno spazio di vuoto sufficiente tra una battuta e l’altra quando toccherebbe a me parlare realmente, così prendo più confidenza con il lavoro. Lo faccio perché poi in scena mi piace che le battute zampillino senza pensieri. A volte quando ho una preparazione urgente studio così anche sui mezzi pubblici fingendo di parlare al telefono con gli auricolari.

 

Sei un’attrice scaramantica? Ci sono dei rituali prima di stare sul palco o sul set?

Qual è il tuo motto?!

No, non sono un’attrice scaramantica e non ho motti. Ho sempre osservato con curiosità e divertimento chi lo è, scaramantico. Non ho giudizi a riguardo ma non mi coinvolge emotivamente. Io credo che in questo lavoro succeda qualcosa di magico, perché ha a che fare con la creatività e l’immaginazione, ma allo stesso tempo sta accadendo davvero. Penso che un approccio come il “qui ed ora” (che può diventare un modo di vedere e vivere le cose, un modo per essere presenti al sé e a ciò che ci circonda) sia il rituale, “l’incantesimo”.

 

A oggi qual è stata l’esperienza più gratificante e commovente per te?

Sono state tante, ma ne scelgo una. Mi sono commossa a 25 anni quando arrivò una email che mi comunicava che Marco Baliani mi aveva scelta per una tournée di 6 mesi con lui e Lella Costa.

Quando ho letto la mail non ci credevo. Ci tenevo davvero tanto, avevo fatto un provino che era durato giorni con colleghi e colleghe molto bravi.

 

Quali sono le sfide che hai affrontato come giovane attrice e come le hai superate?

Tante, le stesse che affrontano tutti quelli che fanno questo mestiere e devono costruirsi il loro percorso fatto di scelte personali e non sempre condivise. Sono convinta che fermandomi a rifletterci farei una lista molto lunga, ma così su due piedi me ne viene già in mente qualcuna.

Una è stata quella di creare la mia identità al di fuori della mia famiglia d’arte. Un’altra la poca libertà di espressione artistica solo perché donna, o perché ritenuta molto giovane (in questo mestiere non si diventa mai adulti a quanto pare).

Combattere perché venisse dato il giusto valore economico e contrattuale al mio lavoro.

Poi nello specifico possiamo parlare del fatto che vivendo in un’isola le possibilità di confronto si riducono. Bisogna trovare delle occasioni anche al di fuori. Serve pazienza, resilienza, abnegazione, tenacia, impegno e fiducia in tutte queste cose appena elencate.

 

C’è un attore/attrice o regista con cui ti piacerebbe lavorare nel prossimo futuro?

Il mio sogno sarebbe lavorare al cinema con Paul Thomas Anderson.

 

E uno del passato?

Avrei voluto conoscere Anna Magnani, Gian Maria Volontè, Lou Castel.

 

C’è un genere o un tipo di ruolo che preferisci interpretare? E c’è qualche tipo di personaggio o sfida che vorresti affrontare in futuro?

Penso che lavorare nel genere Horror sarebbe molto divertente ma non lo etichetterei come genere preferito. Amo gli horror ben fatti, penso sia un genere molto difficile. Non saprei rispondere riguardo a un personaggio o una sfida nello specifico. Come dicevo non mi piace la comodità, nemmeno la routine quindi sarei disposta a provare tutto pur di non ripetermi.

Sono estremamente curiosa e creativa.

 

Non c’è solo la recitazione, cosa ti piace fare oltre quella?

Tante cose. Mi piace dipingere, non solo su carta, anche gli oggetti.

Mi piace giocare con la musica e ascoltarla, ho una loop station che uso per sperimentare con la voce. Mi piace il piano. Ho studiato canto lirico da privatista per tre anni, non era la mia strada ma quel percorso di studi mi ha avvicinato tanto al mondo musicale.

Mi piace isolarmi, stare in natura, la contemplazione. Mi piace leggere, il vino, girare in moto, cucinare, mi piacciono molte cose.

 

Un aneddoto ironico che puoi raccontare

A 23 anni andai nella sede della Rai per un’intervista con Marzullo al Cinematografo.

Una volta arrivata mi indirizzarono subito al reparto trucco. Levai il cappotto e un ragazzo che si occupava dei capelli mi disse “Scusa cara, hai la gonna completamente infilata nelle calze e ti si vede il sedere. Per me non è un problema, anzi, ma non vorrei che finisse in mondovisione”.

Oggi mi sarei fatta una grassa risata ma allora mi imbarazzai moltissimo.

Come se non bastasse, più tardi rimasi chiusa in bagno perché la serratura era difettosa e non mi avevano avvisata. Erano in un altro piano, già tutti pronti in studio per girare la puntata.

Mi trovarono dopo più di 5 minuti di ricerca. In quei 5 minuti, in un corridoio vuoto e immenso della Rai, risuonava la mia voce:

“C’è qualcuno? Aiuto… Sono rimasta incastrata in bagno! Aiuto? C’è qualcuno?!”

 

Ti piacerebbe che la frase “…and the Oscar goes to…” Finisse con il tuo nome?

Sarebbe una soddisfazione nel senso che vedresti riconosciuto il tuo sforzo, che in generale deve sempre esserci, non sempre c’è un “riconoscimento ufficiale”. Immagino sia una bella sensazione.

Però quando guardo gli Oscar o i premi in generale, a volte non condivido. Lo stesso anno  può capitare che veda dei film o degli attori che personalmente mi sono piaciuti di più.

Senza considerare che esistono autori e attori minori che circuitano su canali e ambienti più indipendenti che pochi considerano o conoscono. Mi viene da fare un parallelismo: le premiazioni delle miss, potrebbe esserci più di una bella donna che non si è presentata.

Insomma, questo per dire che considerando questo tipo di pensieri che mi frullano in testa, probabilmente non mi prenderei troppo sul serio.

 

Teatro, cinema o televisione? Scegline uno e perchè?

Televisione mai fatta.

Tra teatro e cinema sceglierei il cinema, la recitazione naturalistica mi è molto più affine, ma voglio bene al teatro. Il teatro per me è una culla, è casa. Non credo di voler/poter scegliere. Domani chissà.

 

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LaBovati

LaBovati è una e trina. Scrive per conto della sua FrangiArmata di parole e idee. Ama le rotture di schemi, meno quelle di scatole. Racconta da (scegliete voi un anno) i celeberrimi #tasinanta delle persone

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