Marta Magnano – Boat sweet boat

La sua passione per la vela nasce con i complici i genitori che, invece della paghetta, le regalavano le videocassette con protagonista il grande esploratore Jacques Yves Cousteau, e il suo amore per il profondo blu emerge.

 

C’è chi ha gli occhi intensi e profondi, blu come l’oceano, ma che solo a prima vista paiono marroni. C’è chi sceglie di vivere la sua passione: disdice il contratto di affitto dell’appartamento e, a soli 28 anni va a vivere su una barca a vela: Churingas. Studia in medicina ed è velista al 100%. C’è chi senza vento tra i capelli e vele da regolare non sa stare. C’è chi come Marta Magnano, classe 1990, cagliaritana, da dimostrazione che con pazienza, buona volontà e quintali di passione si può andare ovunque regolando le vele nella propria vita. Cosi, Marta, vince il premio Passion del Velista dell’anno del Giornale della Vela 2021.

Migliaia sono i suoi follower, velisti e non, che la seguono sui suoi Social e leggendo queste prossime righe saprete perché: come fai a non seguirla di bolina o al gran lasco?

 

Quando nasce la tua passione per la vela?

 

La mia passione per la vela nasce a 11 anni quando ho fatto il mio primo corso di vela. Prima ero un’appassionata di mare e da quando sono nata trascorrevo le intere giornate estive tra onde, piccole battute di pesca familiari, scogli e fondali marini. Ricordo che a pochi anni di età con mio fratellino, Pier, eravamo riusciti a ripopolare di stelle marine una zona della città che ne era priva. Era stata una gioia immensa pensare di aver fatto qualcosa di buono per il mare!

Successivamente la nostra attenzione è stata catturata dal vento: io nel mio primo corso sul 420 come prodiera con la magnifica sensazione di volare al trapezio; mio fratello un piccolo talento naturale che sull’optimist in pochi giorni riusciva già a fare una bolina completa e in pochi mesi a regatare e portare a casa premi regatando contro piccoli atleti che si allenavano da anni.

A 13 anni ho iniziato l’agonismo e scoperto l’insegnamento e da allora ho trovato la mia vocazione nella comunicazione perché con essa abbiamo la possibilità di contagiare la nostra passione.

 

Qual è la più grande difficoltà per un velista e la più grande soddisfazione?

 

Le difficoltà e le soddisfazioni per i velisti e non, spesso coincidono. Non c’è soddisfazione se non c’è difficoltà nell’arrivare a un obiettivo.

Ognuno di noi è diverso quindi trova difficoltà e soddisfazione in circostanze differenti.

La maggior parte delle volte la vela regala la consapevolezza di “poterci riuscire” .

Questo lo vedo soprattutto nei bambini e nelle donne che si mettono in mare, che fino ad allora condizionati da stereotipi sociali, scoprono, in mare, una forza e capacità che non conoscevano.

 

Quando insegni a giovani velisti, cosa è importante trasmettere?

 

Quando insegno cerco di trasmettere passione e io di quella ne ho da vendere.

Qualunque scuola o istruttore può trasmettere le stesse informazioni tecniche che posso dare anche io e magari anche meglio, ma è la passione che occorre trasmettere nei primi momenti, quando si affrontano le difficoltà della novità. Qualcosa di nuovo o che non ci riesce, qualcosa che ci ha fatto male o che non ci piace proprio.

È solo con la passione che si trova la voglia e perseveranza di insistere e superare i primi ostacoli e, come dicevo prima, è solo col superamento delle difficoltà che poi si raggiunge la soddisfazione e l’appagamento.

 

Mi ricordo com’ero al mio primo corso di vela: una vera schiappa al timone, con difficoltà di orientamento e sentire il vento. L’essere alta con un salvagente ingombrante e un boma basso non mi aiutava, ma è l’amore che avevo dentro per il mare che mi ha fatto insistere. Oggi, quando vedo una persona lenta a capire e fare, in difficoltà in mare, penso sempre che quella persona sarei potuta essere io e solo con pazienza e trasmettendo la giusta serenità e motivazione, quella persona trova la voglia di insistere.

 

La seconda cosa che insegna è l’educazione. Il mare è un focolare di insegnamenti e sani valori. Con lui si impara e si rafforza il valore del rispetto per la natura, per se stessi e per quello che ci circonda, incluso gli altri. Si impara ad apprezzare le piccole cose e si dà nuovamente valore alle esperienze e alle emozioni.

Credo che questo vada trasmesso in mare soprattutto agli inizi. Per migliorare nei tecnicismi ci sarà sempre tempo.

 

La vela è uno sport di élite secondo te?

 

Per rispondere bisognerebbe definire prima “élite”. La vela è uno sport, passatempo, modo di essere, alla portata di tutti, ma sicuramente non è per tutti.

Le spese non sono un problema: ho aiutato a distanza persone motivate in tutta Italia e con tutte abbiamo trovato il modo di superare eventuali difficoltà economiche.

Ciò che può essere limitante e quindi determinare un “élite della vela”, è solo il nostro carattere perché solo chi è disposto anche a faticare e fare sacrifici, alla fine si mette in mare. Quella voglia è determinata solo dalla passione per cui sì, solo un’élite di persone con il fuoco dentro alla fine ha il privilegio di mettersi in mare.

 

Ci racconti qualcosa dell’avventura della transoceanica?

 

La mia traversata Atlantica è stata tante esperienze in una: da un lato c’era la piccola me che voleva da tempo fare questa esperienza con un’aspettativa emozionale importante; dall’altro lato c’era la grande me, che adesso vedeva la navigazione come un importante momento di crescita personale e professionale.

 

Conoscere i propri limiti è il primo passo per superarli quindi è bene fare esperienze al di sopra del nostro livello di competenze, per migliorare. Per quanto avessi già navigato in Atlantico con catamarani nuovissimi e nuovissima strumentazione, la traversata lo era.

 

È stato particolarmente importante il come affrontare la navigazione e quindi l’essere in un equipaggio di altissimo livello.

Prima della partenza sono state fatte numerose migliorie alla barca e questo mi ha permesso di conoscere il meglio dei materiali in commercio e di come allestire; parlo di cime, scotte, drizze, calze, nastri adesivi e tanti altri tecnicismi che qui probabilmente annoierebbe. Giravo per la barca con un taccuino tascabile nella tasca del jeans. In neanche 4 giorni di preparazione della barca lo avevo finito.

 

Davide Zerbinati, professionista e docente di alto livello, prima di partire ci ha fatto un corso sulla sicurezza e, durante la navigazione, uno sul meteo. Non erano i primi che facevo e anzi io per prima come istruttrice sono la prima a insegnarne almeno le basi durante i corsi di vela, ma quelli sono stati un altro mondo e questo è uno degli aspetti che ha reso bellissima e utilissima l’esperienza.

Adesso inoltre ho anche le miglia necessarie per prendere un importante titolo internazionale, lo Yacht Master col White Wake Sailing School, che farà parte del mio bagaglio che porterò in giro, spero, per il mondo.

 

Non nego di aver passato anche due momenti di paura, con prospettive non proprio rassicuranti della serie “se continua così viene giù l’albero”.

Da quelli ho capito ancora meglio i tipi di navigazione che fanno per me; di sicuro non quelli più “aggressivi” dove barca ed equipaggio sono spinti ai limiti e forse oltre.

Rischiare è una cosa che ho fatto in passato in regata, consapevole dei potenziali danni e conseguenze a cui si può andare incontro.

Farsi prendere dall’adrenalina per un momento di godimento è molto facile in mare. La barca è veloce, plana, sfidi te stesso a trovare la migliore regolazione delle vele, gli strumenti danno velocità in aumento, il vento si fa più forte e reggi, reggi ancora un po’ e quel limite che ti eri dato per chiudere una vela, diventa la normalità e l’asticella si alza sempre di più verso l’alto. Da lì in poi è un attimo che il mare ti ricordi chi è che comanda e tu hai già superato la tua soglia.

 

Correre è una cosa che la società ci insegna quotidianamente. La vera sfida è lavorare su se stessi per riuscire a rallentare ed è così anche in mare.

Spingere al limite Andióa (la sua attuale casa sull’acqua) è una cosa che non farei mai, non nella quotidianità.

Lo farò un giorno prima di mettermi con lei in Atlantico perché se c’è una cosa che ho imparato è che bisogna “frustare la barca” per un po’ per conoscerne i limiti se deve succedere qualcosa è meglio che succeda in Mediterraneo, a casa, dove ogni problema è più facile da risolvere. Sulla sicurezza io non discuto.

Nel prossimo futuro quindi, tutti i progetti e le navigazioni che farò, saranno solo un passo indispensabile e intermedio per quell’unico obiettivo: preparare la barca per l’oceano. Sarà lungo e costoso ma quando arriverà il momento saremo pronti a partire.

 

Marta è un esempio di straordinaria caparbietà e determinazione, costruita passo passo con grande calma, così come insegna il mare.

 

LaBovati

LaBovati

LaBovati è una e trina. Scrive per conto della sua FrangiArmata di parole e idee. Ama le rotture di schemi, meno quelle di scatole. Racconta da (scegliete voi un anno) i celeberrimi #tasinanta delle persone

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