Marcello Lippi – Il Mister con il Sigaro

Se pensi a lui, ti vengono in mente due immagini: la prima è legata a una Vecchia Signora (e probabilmente, sei tra quelli che non la ama. Non sei da solo, è una mera statistica). La seconda è comune a tutti: una notte calda, il cielo di Berlino che si tinge d’azzurro e un uomo dai capelli argentati portato in trionfo dalla sua Nazionale, mentre stringe in mano un’isperata (e per questo ancor più bella) Coppa del Mondo.

Tra gioie e dolori, tra rancori e valorizzazioni, seguitemi: sarà un viaggio lungo, da Viareggio alle più prestigiose panchine, tra trionfi e tonfi. Benvenuti nella vita di Marcello Lippi, il Mister con il Sigaro.

 

Da Viareggio alla Genova blucerchiata andata e ritorno: Marcello il giocatore, Marcello il Mister

Marcello Lippi nasce a Viareggio, città arcinota per il suo Carnevale, il 12 aprile del 1948. È proprio in una delle squadre della città toscana, la Stella Rossa, che nasce e cresce, calcisticamente parlando. Nel 1969 approda a Genova, sponda Doria: viene girato in prestito al Savona, dove esordisce tra i professionisti e milita per un campionato. Tornato nella città della Lanterna e in maglia blucerchiata, Lippi vivrà in simbiosi per 9 stagioni. Libero ferreo e Capitano della Samp, Marcello colleziona 239 presenze, diventando il 12° giocatore nella storia della Samp per quanto concerne le presenze in Campionato.

Nel 1979, quando di primavere ne ha ormai 31, Lippi saluta la Doria e si sposta più vicino ai lidi natii, accasandosi alla Pistoiese, dove contribuirà a centrare il secondo posto nel Campionato Cadetto e una storica Promozione in Serie A, dove la formazione arancione resterà per una sola stagione.

Retrocessa in B, la Pistoiese e Lippi si salutano; il nostro libero trentaquattrenne si accasa (e lì termina la carriera) sempre in Toscana, nella Lucchese, militante in C2.

Appese le scarpette al chiodo ma non l’amore per il calcio, Marcello cambia fronte, passando dagli schemi della difesa agli schemi da Allenatore. Il suo primo incarico è nelle giovanili della Sampdoria (Il primo amore non si scorda mai…), mentre la prima panchina tra i professionisti è quella del Pontedera, compagine militante in C2 dell’omonima città in provincia di Pisa, con la quale conquisterà (Annus Domini 1986) la finale della Coppa Anglo-Italiana, persa contro il Piacenza. L’anno successivo vede Lippi spostarsi a Siena: con i bianconeri il feeling è pessimo (Dovevano essere i bianconeri sbagliati, come vedremo in seguito) e la sua panchina, tra contestazioni e sconfitte, salta dopo pochi mesi. Il Mister viene richiamato dagli arancioni della Pistoiese, in C2: la società fallisce e Lippi riesce a svincolarsi dopo un anno di difficoltà. Da Pistoia, Marcello sale in macchina e si accasa a Carrara, presso la Carrarese, Serie C1. Dopo aver girato mezza Toscana calcistica, nel giugno dell’88, Lippi è contattato da Edmeo Lugaresi, Patron dei bianconeri del Cesena. Due colori che, evidentemente, ricorrono ciclicamente nella sua carriera da allenatore. Con la squadra del Cavalluccio Marino passa due stagione: la prima lo vede esordire in Serie A; la seconda lo vede subire un altro esonero, per via dei risultati deludenti. In compenso, prima di passare ad allenare la Lucchese (si torna in Toscana), Marcello viene ribattezzato “Paul Newman” dai tifosi romagnoli. L’occhio ceruleo e il capello grigio aiutano.

Tornando alla nostra cronistoria, Lippi e la Lucchese conquistano un ottavo posto in Serie B. Tuttavia, gli schemi e i metodi del nostro attirano squadre di serie A, in particolare una: la Dea di Bergamo.

 

Dalla Dea di Bergamo alla Sirena di Napoli sino alla Vecchia Signora: Marcello il Re di Cuori

Campionato 1992/93: a Lippi viene affidata la panchina dell’Atalanta. Con gli orobici, Lippi chiude il girone d’andata al terzo posto, lasciando dietro nomi ben più blasonati. A fine Campionato la squadra arriverà settima, sfiorando la qualificazione alla Coppe Europee. Ottimi i risultati, pessimi i rapporti tra Lippi e la dirigenza atalantina. Ragion per cui, all’orizzonte, spunta un esperto talent scout qual è Ottavio Bianchi, general manager del Napoli.

La squadra partenopea, dopo i fasti di fine Decennio, ha serie difficoltà economiche e non solo; tuttavia, la “Terapia Lippi” riscuote un certo successo, portando gli azzurri a centrare il sesto posto e conseguente qualificazione in UEFA. In quell’unica stagione, il nostro vulcanico viareggino pesca due Assi dal vivaio napoletano: il primo si chiama Giuseppe Tagliatela e si dimostrerà un ottimo portiere; il secondo è uno “scugnizzo” appena ventunenne. Si chiama Fabio Cannavaro e…ne riparleremo a tempo debito.

Posso solo preannunciarvi che Lippi dirà di lui:

“[…] Mi ero accorto delle sue qualità già durante il ritiro estivo […] In campionato partimmo male, con due sconfitte. La difesa non mi convinceva e decisi di cambiare, inserendo Fabio in pianta stabile al centro: era giovane, ma non ci voleva molto a capire che sarebbe diventato un campione. Giocò la prima partita e non perse più il posto”.  E ti credo, che non perse più il posto.

 

In ogni caso, la stagione sarà un trampolino sia per il giovane Cannavaro sia per Marcello. Alla finestra, romanticamente, si affaccerà una Vecchia ma fascinosa Signora, presentata a Marcello da tre padrini d’eccezione: vi dicono niente i cognomi Moggi, Giraudo e Bettega, sotto la supervisione di Umberto Agnelli, il fratello del ben più celebre Gianni, “L’Avvocato”?

L’impatto con la Juventus e con l’ambiente non è eccezionale, almeno inizialmente. Un allenatore senza esperienza di squadre blasonate fa storcere il naso a più d’un tifoso. Lo stesso Avvocato, che non le manda mai a dire, si rivolgerà in questo modo a Lippi, come lui stesso raccontò anni dopo:

“Quando sono arrivato per la prima volta alla Juve c’era Umberto: l’Avvocato mi ha chiamato per darmi il benvenuto, poi non l’ho più sentito per sei mesi. Disse che la Ferrari aveva più possibilità di vincere il Mondiale che la Juve di vincere il campionato: quando vincemmo lo scudetto mi chiese scusa per quella frase”.

Già, la frase anticipa quello che capiterà alla fine del Campionato, è vero. Ma quella vittoria è farina del sacco di Lippi, che trova una squadra nobile che non veste il tricolore da nove anni. Una squadra dove militano campioni del calibro di Roberto Baggio, Ravanelli, Vialli, Peruzzi, i neoarrivati Paulo Sousa e Deschamps, gli esperti difensori Ferrara e Carrera, un certo Antonio Conte a centrocampo… insomma, uno squadrone. Lippi, che guarda sempre il vivaio, pescherà un giovanissimo ragazzino di Conegliano, Treviso: si chiama Alessandro Del Piero, un nome che rivedremo abbinato, nel 2006, a quello di Marcello e del già citato Cannavaro, oltre che Peruzzi. Ma non corriamo, anche perché i prossimi 4 anni, dal 1994 al 1998, sono ricchi, ricchissimi di successi per la Juve di Lippi: 3 scudetti, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe Italiane, 1 Champions League, 1 Supercoppa UEFA, 1 Coppa Intercontinentale. Senza dimenticarci i successi personali come allenatore: miglior allenatore secondo L’AIC (Associazione Italiana Calciatori), secondo l’UEFA e secondo l’Istituto di Storia e Statistica del Calcio per quanto riguarda gli anni 1997 e 1998. Come se questo non bastasse, raggiunge 3 finali di Champions consecutive, record che Capello prima e Zidane poi raggiungeranno. Ha il merito di avere una squadra schiacciasassi: giocatori incredibili quali Zidane, il Pitbull Davids, Bobo Vieri e SuperPippo Inzaghi (sia lui che Zidane li ribeccheremo nel 2006, su fronti decisamente opposti).

Nonostante, dopo quattro stagioni, Marcello avesse manifestato l’intenzione di lasciare la panchina della Juve, il 7 febbraio 1999, dopo un brutto 2-4 interno contro il Parma, il Mister col Sigaro saluta la Vecchia Signora, venendo sostituito dall’inimitabile sopracciglio sollevato di Carletto Ancelotti.

Dopo quasi cinque anni a Torino, Lippi si sposta nella città da Bere, Milano, sponda nerazzurra. A volerlo fortemente è il Patron, Massimo Moratti. Lippi ritrova alcuni dei top Player avuti già alla Juve: Vieri in stato di grazia, Roby Baggio con le sue ginocchia di cristallo e il suo talento altrettanto cristallino (Non si sono mai presi, Lippi e Baggio. E che errore fece, il viareggino, con il Divin Codino) e un ragazzo brasiliano che tutti chiamano “Il Fenomeno”. In effetti, Luis Nazario da Lima aka Ronaldo lo era, eccome.

Nonostante quest’equipe mostruosa, il metodo di Lippi non funziona bene: a malapena si raggiungono due finali, Coppa Italia e Supercoppa Italiana e in entrambi i casi è la Lazio a vincere. A fine Campionato, capendo quale aria brutta tira, il mister chiede la rescissione del contratto, che Moratti gli nega. Tuttavia, alla prima giornata del Campionato successivo, il numero 1 dell’Inter defenestra Lippi, il quale accusa la squadra di scarsissimo rendimento. Del resto, parlando i fatti, i nerazzurri si erano fatti buttare fuori dai preliminari di Champions dall’Helsingborg, non proprio una compagine di Dei del pallone. Al suo posto arriva Marco Tardelli, che diverrà tristemente famoso come il Mister della Stracittadina (il derby) che perse per 0-6.

Lippi passa l’inverno e la primavera a riposarsi: in estate arriverà nuovamente un invito impossibile da rifiutare, specie se a farlo è la solita, affascinante, Vecchia Signora.

È il Campionato che precede i Mondiali Nippo-coreani e Lippi fatica a trovare l’equilibrio con la squadra. Zizou Zidane è passato ai Blancos di Madrid e Marcello ha il suo bel da fare con i nuovi arrivi: il ceco Nedvěd (che trasformerà da mezzala a trequartista), Liliam Thuram e Gianluigi Buffon (anche per loro vale il discorso 2006, NdA).

È il Campionato che i tifosi dell’Inter ricorderanno come uno dei più tristi, al contrario degli Juventini. È il Campionato del “5 maggio” che diverrà, più che l’Ode scritta dal Manzoni per la Morte di Napoleone, per lo scudetto perso all’ultima giornata, per le lacrime di Ronaldo. La Juve e Lippi, dopo un’avventura Remuntada, si cuciranno un altro tricolore sulla maglia. Successo in Campionato, sconfitta in finale di Champions contro un’altra italiana, il Milan di Ancelotti, ai rigori. Sarà anche la stagione in cui il tecnico di Viareggio valorizzerà Gianluca Zambrotta, trasformando –da esterno offensivo- nel terzino al fulmicotone che ritroveremo nel 2006 (Anche lui, incredibile no?).

Marcello e la Vecchia Signora si diranno addio alla fine del Campionato 2003/04, dopo 405 partite, 8 stagioni (divise tra due esperienze), 13 trofei tra nazionali e internazionali e il fatto di aver reso la Juve –nuovamente- una delle Big del Calcio.

 

Un’altra “Lei” conquistata dal Paul Newman di Viareggio

Tuttavia, c’è un’altra che insidia il cuore di Paul Newman da Viareggio: è una bellissima ma incompleta, sfortunata e che non vince un Trofeo dal lontano 1882. Veste d’azzurro, anche se sventola un tricolore: si chiama Italia, a Lei non si può proprio dire di noi. Il 24 giugno del 2004 Lippi è ufficialmente CT della Nazionale, prendendo il posto di Trapattoni (che strano caso, anche con la Juve successe così, ricordate?), reduce da un Europeo fallimentare (Parliamo di Euro 2004, giocato in Portogallo, quello del “biscotto scandinavo” e del goal in acrobazia di un giovane Ibrahimovic. NdA). L’Italia di Lippi non parte bene, perdendo 2-0 con l’Islanda in amichevole. Vince le prime 2 partite di qualificazione al Mondiale, che si giocherà in Germania nel 2006, perde la terza contro la Slovenia. Da lì in poi, la sua Nazionale non ne sbaglierà una e sarà proprio nel match di ritorno contro gli slavi che gli Azzurri centreranno la matematica qualificazione ai Campionati del Mondo.

Tutto molto bello, direte voi. Già, peccato che –poco prima della partenza- in Italia scoppi lo Scandalo “Calciopoli”, che travolge la Serie A, la Triade juventina e altri. La Juve finirà in Serie B, l’Inter riceverà sul petto un tricolore d’ufficio. In poche parole: un vero e proprio casino, un ottimo biglietto da visita per gli Azzurri che – ovviamente! – partiranno con poche possibilità di superare il turno e il morale dei tifosi ben sotto i tacchetti.

Invece, manco a farlo apposta, i 23 di Lippi sono uniti, nonostante ci siano tanti “disturbi” esterni, dalla staffetta tra Alex Del Piero e Totti al tentato suicidio di Gianluca Pessotto (anche lui parte della “prima Juve” di Marcello), sino ai giornali che indagano, chiedono, intervistano, visto che diversi Azzurri sono (o sono stati, sino a pochissimo tempo prima) Bianconeri.

In questo clima, ideale per giocare la massima competizione per Nazionali, l’Italia parte bene: all’esordio, sistema il Ghana 2-0, pareggia nella seconda con gli USA e vince l’ultima contro la Repubblica Ceca di Nedvěd.

Si va ai quarti, la squadra gira, l’entusiasmo comincia a risalire e contro l’Australia ci sono tre fattori che salvano l’Italia dai supplementari contro i gialloverdi: Fabio Grosso che viene steso in aria di rigore (un po’ tirato giù, un po’ no, ammettiamolo), l’arbitro generoso nell’assegnare il penalty e Francesco Totti che angola il tiro così tanto che Schwarzer la sfiora. Il tutto condito da un’altra espulsione, stavolta di Materazzi.

Gli ottavi vedono Marcello schierare sempre i soliti e buttare dentro, a turno, tutti gli altri (Tranne Oddo, Peruzzi e Amelia. Per Oddo sarà tragicomico, visto che Lippi lo convocherà in camera per chiedergli…una spuntatina ai capelli. Il terzino, a quanto pare, era un parrucchiere niente male. NdA). Contro l’Ucraina di Andrij Ševčenko, sale in cattedra quel Zambrotta di cui abbiamo scritto prima. Il Terzino si inventa prima un bolide da fuori area e poi, dopo una discesa sulla fascia, la butta in mezzo per Luca Toni. Il bomber in forza alla Fiorentina ne farà due quella sera. 3-0 e testa rivolta a Dortmund, al Westfalenstadion e ai padroni di casa, la Germania.  

Che dire di quella partita, di quel 4 luglio (vuoi emozionarti di nuovo, nonostante gli anni passati? leggi l’articolo realizzato per quella partita, clicca sul link) e della squadra che Lippi mandò in campo, del cambio azzeccato Totti –Del Piero, della fiducia ostinata per Fabio Grosso, di Gilardino entrato al posto di Luca Toni… poco posso scrivervi, se non ricordarvi che Fabio Grosso, dopo un passaggio al bacio del “Maestro” Andrea Pirlo,  realizzò quell’Euro-Goal tanto bello quanto improbabile, che un certo Fabio Cannavaro (ve lo ricordate il giovane del Napoli? Direi che è cresciuto e pure bene) che strappa via un pallone e parte in contropiede, di Gilardino che vede Del Piero al suo fianco, gli serve un pallone delizioso e “Pinturicchio” che la butta dentro con un colpo dei suoi.

La finale, tra gli Azzurri che ci credono e la Francia guidata da Zidane, Henry, Trezeguet e Thuram (ricordate?) è una lotta all’ultimo pallone, oltre che all’ultimo insulto (Zidane e Materazzi regaleranno una delle pagine più squallide di quel Mondiale, se non la peggiore). Fatto sta che, quando si arriva ai rigori, il mister ha sempre una responsabilità tremenda: trovare 5 giocatori che abbiano ancora forza, freddezza, gambe, cervello e lucidità per buttarla dentro. Lippi li trova: Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero, Grosso.

Sappiamo come andrà a finire: il cielo di Berlino si tingerà d’Azzurro e Marcello dirà, idealmente, addio alla Nazionale in quel momento, nonostante le visibili rimostranze di un Ringhio Gattuso neo Campione del Mondo.

Inutile provarci con Lippi, quando prende una decisione: all’indomani del rientro e dei festeggiamenti, il CT saluta la squadra, che viene affidata a Roberto Donadoni. A dicembre viene premiato con la “Panchina d’Oro”, più o meno, negli stessi giorni, il “Suo” Capitano, Fabio Cannavaro, riceverà il Pallone D’Oro.

 

I postumi del Mondiale, il ritorno (quasi) di fiamma, la chiamata del Dragone e un’occasione sfumata

Lippi si prenderà un anno sabbatico, collaborando con Sky in veste di opinionista sportivo. Tuttavia, la Nazionale di Donadoni non gira bene e il 26 giugno 2008, Marcello risiede sulla panchina degli Azzurri. Il suo secondo ciclo inizia con un pareggio in amichevole con l’Austria. Il 19 novembre (1-1 contro la Grecia), Marcello supera un record incredibile: 31 partite consecutive senza sconfitte, superando un mostro sacro come Vittorio Pozzo, ottenuto dal 1935 al 1939 (anche per Pozzo, in mezzo ci fu un Mondiale vinto, nel 1938 in Francia). La striscia positiva s’interruppe contro il Brasile, che il 10 febbraio 2009 batté l’Italia per 2-0. Non sarà l’unica volta che i verde oro sbarreranno la strada di lippi: anche durante la “Confederations Cup” del 2009, sarà proprio l’equipe del paese sudamericano a sconfiggere gli Azzurri. Forse per un debito di riconoscenza, forse perché convinto del detto “Squadra che vince, non si cambia”, Lippi diramò, a fine maggio 2010, la lista dei 23 che sarebbero partiti per il Mondiale del Sudafrica, tra Vuvuzelas e “Waka Waka” di Shakira. Molti dei convocati tra le fila della Nazionale sono reduci dal successo di 4 anni prima, Buffon s’infortuna alla schiena e salta la prima per poi rientrare e metà servizio, la squadra gira lenta e male. Risultato? Nonostante un girone più che abbordabile (Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia9, l’Italia pareggia con le prime due (faticando) e perde contro la Nazionale di Hamsik, uscendo ingloriosamente.

Figuratevi il giorno dopo: giornali, opinione pubblica, politici, tutti in prima fila a sparare a zero contro l’Italia e contro Marcello Lippi. Alla scadenza del contratto, il CT abbandona, venendo rimpiazzato da Cesare Prandelli.

Pensate che Marcello da Viareggio si fermi? Manco per idea: neanche due anni dopo, esordisce nella millenaria Terra dei Dragoni, la Cina, alla guida del Guangzhou Evergrande. Sono passati otto anni dall’ultima volta che il mister col Sigaro si è seduto su una panchina di una squadra di Club.

Il primo anno va alla grande: guida la squadra al successo in Campionato (la Chinese Super League) e vince la Coppa Nazionale. Passa un anno e Marcello stabilisce un altro record: battendo il Seoul, vince la Champions League asiatica, diventando il primo Mister ad aver vinto le massime competizioni confederali organizzate da almeno due Confederazioni.

Dopo tre scudetti di fila con il Guangzhou, il 2 novembre 2014 Marcello Lippi lascia la panchina divenendo Direttore Tecnico della squadra, ruolo che ricoprirà sino al 26 febbraio del 2015. Nel 2016 c’è la possibilità che Lippi possa tornare in Nazionale, non come Commissario Tecnico ma nel ruolo di Direttore Tecnico. Possibilità che sfuma per un conflitto d’interessi in seno alla famiglia Lippi: il figlio Davide, infatti, è un noto Procuratore e tra i suoi assistiti (e quelli della sua agenzia) vi sono, ad esempio, Chiellini, Cassano, Politano.

“Dovunque tu vada, vacci con tutto il cuore” recita un proverbio cinese ed è proprio la Terra della Grande Muraglia a riabbracciare Lippi, nominandolo CT della Nazionale Cinese il 22 ottobre 2016. L’obiettivo dichiarato è centrare le qualificazioni per i Mondiali di Russia 2018; obiettivo che non verrà raggiunto. La Cina si qualifica, invece, per la Coppa d’Asia 2019: anche qui non va per il verso giusto: il 24 gennaio 2019, l’Iran sconfigge i Dragoni nei quarti di finale. Come preannunciato qualche mese prima, Marcello lascia la panchina. A subentrargli (Come capitò con il Guangzhou) sarà Fabio Cannavaro, mentre Lippi diventa Advisor all’interno della Federcalcio Cinese. Il ruolo dura però solo due mesi: il 24 maggio siede nuovamente sulla panchina, prendendo il posto del suo Ex Capitano. Sarà una seconda esperienza breve, appena 5 mesi: il 22 novembre, dopo la sconfitta per 1-2 contro la Siria, lascia nuovamente il ruolo.

Amato, odiato, rispettato e temuto. Alcuni suoi ex giocatori, come Roberto Baggio, non hanno risparmiato critiche al vetriolo nei confronti dei metodi “Lippiani”. Il Divin Codino, nel libro “Una porta nel cielo”, dirà di lui:

“[Lippi] era un caudillo, ostentava una conduzione militaresca dello spogliatoio. Contro di me, ha usato tutto il potere di cui era in possesso, nella speranza di annientarmi […] un attacco dopo l’altro, senza tregua, uno stillicidio.”.

 

Anche Christian Panucci, che Lippi allenò all’Inter, non amò il tecnico di Viareggio, accusandolo di aver convocato –per i Mondiali di Germania- Zaccardo e non lui. L’opinione pubblica, in più, si scagliò in diverse occasioni contro il Mister per le mancate convocazioni di “Fantantonio” Cassano.

Che lo si odi o che lo si ami, resta un Allenatore che seppe aiutare una Vecchia Signora a risollevarsi sul tetto d’Europa, guidò una Nazionale coperta dal fango di Calciopoli alla vittoria di un insperato e miracoloso Mondiale, oltre che raggiungere Record niente male.

Tanti auguri, Paul Newman da Viareggio: da libero roccioso a Mister col sigaro, quanta strada hai fatto.

 

Alberto Caboni

 

GUARDA ANCHE

Riproduci video
Riproduci video
Riproduci video