Kid Yugi e ”I nomi del diavolo”

 

 

Il male è davvero qualcosa da evitare a tutti i costi come si è soliti pensare? La domanda provocatoria vuole fare riflettere e mostrare che in effetti, un po’ come in tutti gli ambiti e i contesti, c’è sempre l’altra faccia della medaglia. Un’altra faccia della medaglia che il giovane artista Kid Yugi, al secolo Francesco Stasi rapper pugliese ventiduenne originario di Massafra in Puglia, ha analizzato visceralmente rendendola il focus del suo disco ‘’I nomi del diavolo”, pubblicato l’1 marzo da Universal Music e appena certificato disco di platino. La qualità va al di là dei numeri e delle certificazioni ma, in questo caso, il dato numerico dimostra che è ancora possibile – seppur tra mille difficoltà – portare all’attenzione del grande pubblico contenuti di rilievo rendendoli fruibili e, soprattutto, argomento di discussione. Al giorno d’oggi sembrerebbe una vera e propria impresa che, però, l’artista è stato in grado di compiere con personalità e fermezza. Quattordici le tracce del suo album, che arriva dopo i precedenti lavori ‘’The Globe’’ del 2022 e ‘’Quarto di bue’’ con Night Skinny uscito l’anno scorso, arricchito dalle collaborazioni di Tony Boy, Artie 5ive, Tedua, Papa V, Noyz Narcos, Ernia, Simba La Rue, Geolier, Fido Guido e con le ottime produzioni di Bluebarry, Buru Beats, Dat Boi Dee, Dbackinyahead, Depha Beat, Flpbeatsss, Junior K, KIID, Killer Garth, Kriptons City, K-Sub, L. Abner, Mothz, Poison Beatz, SadTurs, Shablo, Soulm8 e TY1. Brani profondi che dimostrano quanto la scrittura in rima possa beneficiare di letture colte e della visione di film di qualità, capisaldi della narrativa imbastita da Kid Yugi.

Ad aprire il progetto ci pensa l’ipnotica e cupa traccia ‘’L’Anticristo’’, accompagnata da un video per metà a colori e per metà in bianco e nero, con riferimenti acuti che vanno dai Mobb Deep alla P2 sino alla DC e Brandon Lee, il tutto arricchito nella parte conclusiva da ottimi scratch che dimostrano il legame di Kid Yugi con il rap degli anni Novanta e dei primi anni Duemila. Tra i pezzi più significativi e intensi spicca il terzo brano ovvero ‘’Eva’’ con Tedua, dove la narrazione di Kid Yugi si fa un unicum con un tappeto ritmico contraddistinto da una melodia di piano delicata e nostalgica. Tra i punti di forza del brano risalta il ritornello, quasi sussurrato per poi crescere notevolmente con il passare dei versi. La crudezza delle liriche è uno dei marchi di fabbrica del progetto ed emerge totalmente in ‘’Servizio’’ in compagnia del giovane Papa V e del veterano Noyz Narcos: una traccia, questa, che sancisce l’unione tra le nuove leve come Kid Yugi e per l’appunto Papa V e un esponente storico del rap italiano quale Noyz Narcos che chiude con esperienza e pathos un brano di grande impatto. Tra i pezzi più sentiti e apprezzati, dal pubblico e dalla critica, spicca ‘’Il signore delle mosche’’, che si rifà al celebre romanzo dello scrittore britannico William Golding uscito per la prima volta settant’anni fa, dove anche in questo caso non mancano riferimenti di spessore quali Tolkien e Cole Porter. La letteratura, come traspare dalle tracce, è uno dei bacini privilegiati da cui trarre linfa preziosa per Kid Kugi e a dimostrazione di ciò ci pensa anche la copertina del disco, un tributo all’opera uscita postuma tra il 1966 e il 1967 dello scrittore russo Michail Bulgakov intitolata ‘’Il Maestro e Margherita’’.

Ciò che caratterizza Kid Yugi, oltre a uno stile fluido, peculiare  e incisivo, è la capacità di scrivere in maniera elegante e raffinata come traspare da ‘’Lilith’’, uno storytelling dove affronta la tematica amorosa con passionalità senza mai cadere nella banalità. Nota di merito per la traccia ‘’Ex Angelo’’ con la produzione malinconica di Shablo e il feat di Sfera Ebbasta, in cui l’inquietudine prende il posto della rabbia e dell’invettiva. È un pezzo, questo, dove Kid Yugi non ha timore di mettersi a nudo, aspetto condensato nei versi che precedono il ritornello in cui dice: «la voglia di sembrare forte, il più forte. La consapevolezza di essere il più fragile». Il gran finale spetta al brano ‘’Lucifero’’, contraddistinto da uno dei testi di maggior profondità mai realizzati dall’artista pugliese. Il timbro di Kid Yugi si fa sofferto e graffiante, quasi ipnotico. La sua scrittura assume tratti immaginifici, senza però mai perdere di vista la chiarezza espositiva e la concretezza del suo pensiero. Il brano rappresenta un vero e proprio manifesto della sua poetica, oltre a racchiudere la sua concezione di ciò che rappresenti fare arte, aspetto espresso con fermezza nel verso: «non lo faccio per divismo, Kid Yugi anti idolo». Il brano finale è quello che riassume tutti i pensieri e i concetti esternati in precedenza, grazie all’alchimia venutasi a creare dall’unione tra voce e piano, a cui si aggiunge negli istanti conclusivi una batteria martellante che rende il tutto ancora più pregnante di significato. Un significato profondo, capace di andare oltre le apparenze, in grado di dimostrare che Kid Yugi – per dirlo con le parole del celebre poeta britannico romantico e naturalista William Wordsworth –  riempie la carta con i respiri del suo cuore, facendo vedere che la sensibilità non è di certo una debolezza ma un bene prezioso da custodire gelosamente.

Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

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