Isola delle Rose – C’era una volta…

C’era una volta una piccola, piccolissima Nazione, di appena 400 metri quadrati, che sorgeva poco lontano dalle coste italiane.

Nata dal genio di un ingegnere bolognese, visse per poco tempo.

Seguitemi: andiamo a scoprire l’Isola delle Rose

 

L’Ingegner Rosa, il progetto e la nascita dell’Isola

Anno del Signore 1958, Bologna. L’ingegnere Giorgio Rosa ebbe una strana quanto geniale idea: perché non costruire, appena al largo delle coste italiane, una struttura in tubi d’acciaio, un telaio da trasportare in galleggiamento sino a punto previsto.

Perché, vi chiederete tutti? Per un semplice motivo: creare la propria micro nazione. Venne creata ad hoc la SPIC (Società Sperimentale per le Iniezioni di Cemento), avente come Presidente Gabriella Chierici, la moglie di Giorgio Rosa. Iniziò così un lavoro di selezione e ispezione per trovare, per l’appunto, il giusto punto dove posizionare la struttura. Grazie all’uso di un sestante e usando come riferimento il faro del grattacielo di Rimini, il punto X venne individuato a 11, 612 km dalla costa romagnola.

Per creare un fondale adatto all’impresa che aveva in mente, Rosa ipotizzò di dragare la sabbia e alzare quello che era il fondale all’epoca. Per effettuare le diverse rilevazioni (parliamo di almeno due appuntamenti settimanali lungo tutta l’estate del 1960), Rosa si avvalse di un’imbarcazione in acciaio, sospinto da un motore atipico, quello di una FIAT 500. Quando si dice che l’originalità non manca…

I lavori procedettero senza problemi sino all’estate del 1962, quando una serie di difficoltà tecniche e finanziare bloccarono il progetto. Inoltre, nell’ottobre dello stesso anno, le autorità italiane diedero l’aut-aut per quanto riguardava la nuova struttura.

Sì, ma di che struttura parliamo? Parliamo di una piattaforma di almeno 400 metri quadri di estensione, che sarebbe sorta in acque internazionali (fuori dalle acque territoriali italiane) e che sarebbe divenuta, come vedremo più avanti, molto più di una costruzione in mezzo al mare di fronte a Rimini.

Nel 1964, risolti i problemi sopra riportati, Rosa e la Chierici, coadiuvati dalle persone che iniziavano a credere in quella bellissima utopia, contattarono la Capitaneria di Porto di Rimini per opzionare gli spazi in banchina, quella di Ravenna per il rifornimento di gasolio e infine quella di Pesaro per motivi legati alla costruzione della piattaforma presso i cantieri navali, oltre che per la pubblicazione dell’avviso ai naviganti riguardante la presenza di una struttura.

La struttura, anzi l’Isola, stava prendendo forma. Molto, molto lentamente, soprattutto a causa delle pessime condizioni meteomarine che rallentarono visibilmente i lavori di consolidamento e armamento dell’Isola. Il 1965 e l’anno successivo scivolarono, giorno dopo giorno, sino al 23 novembre 1966, giorno in cui la Capitaneria di Porto di Rimini intimò lo stop ai lavori, poiché considerati privi dell’autorizzazione necessaria, in quanto la location pare fosse in concessione all’ENI. Il 1967 non iniziò meglio, del resto: il 23 gennaio fu la Polizia a rallentare i lavori, richiedendo conferma e verificando il fatto che i lavori fossero sperimentali, così come si adduceva dall’acronimo SPIC. Il resto dell’anno proseguì con una notizia decisamente importante (per quanto concerneva la vita sull’Isola) e, conseguentemente, una seconda buona notizia (per Rosa e i suoi sostenitori): il 23 maggio fu trovata una falda d’acqua dolce sotto l’Isola, a circa 280 metri in profondità. Tale scoperta permise a Rosa di accelerare i tempi: avendo, di fatto, una fonte d’acqua proprio sotto la sua Isola, decise di aprire ai visitatori la struttura.

Era il 20 agosto 1967 e, seppur i lavori continuassero e ci fosse ancora tanto da fare, l’Isola delle Rose era “ufficialmente” esistente e sarebbero passati appena sei mesi prima del momento clou, ovvero la Dichiarazione d’Indipendenza.

 

Haveno Verda, Bocca Presidente, lo Statuto e l’Esperanto: i 56 giorni dell’Isola

Da quel giorno d’agosto sino alla fine del 1967, i lavori procedettero alacremente sull’isola: sui pali venne creato un piano, una base in laterizio armato alto 8 metri s.l.m. con tanto di muri a delimitare e creare vani. Circa 400m² calpestabili che prevedevano, nel progetto di Rosa, l’edificazione di un secondo piano nei successivi cinque anni. Inoltre, venne inaugurato l’attracco, la “Haveno Verda” (Porto Verde in italiano). Da notare la scelta linguistica, ovvero l’esperanto, quella lingua creata dall’ottico polacco Ludwik Lejzer Zamenhof per permettere a persone non aventi una lingua in comune di capirsi e comprendersi.

Ormai tutto era pronto per il 1° maggio. Festa dei Lavoratori? Anche. Ma, a 11 km dalla costa riminese, Giorgio Rosa e i suoi fedeli dichiararono –unilateralmente, va precisato- l’indipendenza da tutti e tutti. L’Isola delle Rose era, almeno per loro, una Repubblica con a capo proprio l’Ingegner Rosa. 

La “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” In esperanto: Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj) creò, almeno sulla carta, la propria moneta (il “Mill”, con cambio 1:1 rispetto alle Lire italiane), francobolli e –ovviamente- il suo stemma: tre rose con gambo verde fogliato su fondo arancione.

Tuttavia, dopo appena 56 giorni di vita, la Polizia Italiana occupò l’Isola, sottoponendola a blocco navale. Vista e valutata “solo” come un modo per ottenere vantaggi fiscali ed economici oltre che commerciali (In quanto Nazione, avrebbe deciso o meno la propria fiscalizzazione, tasse, dazi e quant’altro. Nelle proposte del Consiglio, sarebbe dovuto essere un porto franco più che un paradiso fiscale), l’isola venne demolita nel febbraio 1969, dopo aver impedito per mesi qualsiasi approdo.

Solo negli ultimi anni, grazie anche a un documentario di imminente uscita, è stato rivalutato un altro, determinante aspetto della sua fondazione: la volontà di creare una nuova Nazione, una Repubblica dove tutte le “brutture” delle altre nazioni, tutti gli errori che tristemente conosciamo si sarebbero potuti evitare o, quantomeno, non riproporre ciclicamente.

Un’utopia, simile alla Città del Sole di Campanelle o all’Utopia di Thomas Moore.

Un’Utopia che, in ogni caso, sarebbe stato bello vedere svilupparsi.

Magari sarebbe stata davvero una trovata “commerciale”. Magari sarebbe divenuta un esempio per tante altre sue “colleghe” Repubbliche.

 

Vivu la Respubliko de la Rozoj (Viva la Repubblica delle Rose)

 

Alberto Caboni

A. b. C. Alberto Caboni

A. b. C. Alberto Caboni

Nato l’anno dopo il trionfo del Mundial Spagnolo nella millenaria città di Cagliari, muove i suoi primi passi con una penna in mano, alla ricerca costante di fogli bianchi da riempire di lettere, parole, periodi, paragrafi. Dietro l’acronimo-pseudonimo si nasconde un essere senza volto (o quasi).

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