Il tributo di Cool Caddish a ”Bellas Mariposas”, capolavoro di Sergio Atzeni

Riproduci video

Ci sono opere destinate a rimanere nel tempo. Opere che ti segnano e che sono in grado di offrire sempre nuove chiavi di lettura. Opere con una dolcezza disincantata come ‘’Bellas Mariposas’’, capolavoro di Sergio Atzeni pubblicato nel 1996 dalla casa editrice Sellerio, a un anno di distanza dalla sua prematura morte, da cui è stato tratto nel 2012 anche l’omonimo film girato dal regista Salvatore Mereu. Un’opera che Gabriele Galietta in arte Cool Caddish ha letto con quel trasporto di chi le periferie, da sempre descritte da Atzeni come dimostra magistralmente proprio ‘’Bellas Mariposas’’, le ama e soprattutto le conosce, sapendo cogliere da esse il lato più bello. Un lato che emerge appieno dal suo nuovo disco, pubblicato sul suo canale YouTube il 3 maggio, intitolato proprio ‘’Bellas Mariposas’’. Un tributo in rima al capolavoro dello scrittore cagliaritano, un tributo che dimostra quanto l’arte non conosca barriere e sia in grado di oltrepassare categorizzazioni e definizioni fini a se stesse. Otto le tracce che costituiscono il progetto, una vera e propria immersione nell’opera di Atzeni con spezzoni tratti dal film e monologhi estratti dall’opera che accompagnano i flussi di coscienza e le storie di uno dei rapper più significativi e caratteristici della scena sarda. Storie genuine, crude, dirette, che di questa crudezza e genuinità fanno marchio di fabbrica e che, a distanza di quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, dimostrano quanto un capolavoro quale ‘’Bellas Mariposas’’ meriti sempre di essere approfondito e letto con attenzione per coglierne davvero l’essenza.

Quando hai letto per la prima volta ‘’Bellas Mariposas’’?

La prima volta che ho letto ‘’Bellas Mariposas’’ avevo circa 15 anni, l’opera era uscita da poco più di un anno. È stato un libro che mi ha colpito da subito, anzi direi che il primo impatto è stato quasi scioccante. Ero piccolo, non avevo gli strumenti per coglierne la piena essenza. La seconda volta che l’ho letto, invece, avevo circa trent’anni, lavorare sulle navi da crociera e stavo andando verso l’Isola Funchal. Ero in un momento all’insegna della saudade, rileggere con occhi diversi e più maturi l’opera di Atzeni mi ha aperto letteralmente tanti nuovi orizzonti.

Cosa ti ha colpito dell’opera?

Mi ha colpito il fatto che, leggendola, è stata in grado di farmi sentire Cagliari in tutta la sua essenza e genuinità. Quando ho riletto il libro mi trovavo in un momento in cui ero in conflitto con Cagliari e in cui avevo la necessità di andare verso altri lidi. Ecco, leggere di nuovo ‘’Bellas Mariposas’’ mi ha permesso di riappacificarmi con la città.

Cosa ami di Sergio Atzeni?

Il fatto che non fosse un personaggio costruito a tavolino, ma un’indole forte e sensibile che andava oltre i tabù e il politicamente corretto. Sergio Atzeni era un talento cristallino, di cui ho sempre amato la schiettezza. Ciò che mi dispiace profondamente, è che i riconoscimenti per il suo talento siano arrivati una volta morto, mentre quando era in vita c’erano persone  che non lo hanno minimamente valorizzato e che adesso, ipocritamente, lo elogiano. Mi dispiace enormemente per la sua prematura scomparsa, sono certo che avrebbe potuto dare un contributo alla cultura sarda e italiana ancora più grande di quello che già ha dato nella sua breve vita.

Dal libro è stato tratto anche l’omonimo film girato da Salvatore Mereu nel 2012: qual è il tuo parere in merito?

Ho visto il film e mi è piaciuto, è un lavoro importante che ho apprezzato. Però, secondo me, il libro è imbattibile: per quanto la pellicola sia valida, non gli ha reso giustizia pienamente. Ad esempio, sarebbe stato bello girare il film tra San Michele e Is Mirrionis che sono le ambientazioni in cui Atzeni ha ambientato il tutto. Chissà, in futuro mi piacerebbe che anche qualcun altro regista si cimentasse nella sua trasposizione, così da vedere cosa ne salta fuori.

Tra rap e letteratura che legame c’è e, al contempo, che differenze ci sono?

Si tratta di due filoni dove la parola è essenziale, è il fulcro di tutto. Nello specifico, credo che il rap abbia strettissimi legami con la poesia sia per la musicalità dei versi che per l’andamento ritmico derivato dalla loro interpretazione. Riguardo le differenze, invece, direi che una canzone è più sfuggente, mentre la letteratura ha una solidità maggiore. In questo caso album, ho fatto un utilizzo del rap diverso da ciò che faccio di solito: diventa letteralmente un filtro per me, in questo progetto mi sono defilato e non faccio emergere nello specifico i miei punti di vista, è come se fosse più un racconto in terza persona dove tutto è più sfumato.

Perché hai scelto proprio ‘’Bellas Mariposas’’ di Sergio Atzeni come filo conduttore del tuo disco?

Perché quest’opera di Sergio Atzeni è quella più vicina a come sono io e agli argomenti che tratto nei miei pezzi. Questa vicinanza mi ha spinto a tentare questo nuovo percorso, mi interessava vedere cosa poteva saltare fuori unendo due mondi diversi ma complementari come il suo e come il mio. Magari alcuni intellettuali da salotto storceranno il naso ma poco mi importa: mi sono sempre messo in gioco ed era doveroso rendere giustizia a Sergio Atzeni per il suo percorso. Tra l’altro, ho scritto questo disco tutto d’un fiato, in circa venti ore praticamente senza pause. Avevo la forte esigenza di trasmettere qualcosa di nuovo e di creare questo ponte tra me e lui: quando è morto, Atzeni avrebbe compiuto un mese dopo 43 anni ovvero la mia età, anche questo aspetto anagrafico mi ha unito ancora di più al suo mondo.

Quali sono gli altri autori della letteratura sarda che ami?

A mani basse Lorenzo Scano che conosco anche di persona e che è uno dei giovani di maggior talento che abbiamo, poi chiaramente Grazie Deledda e nello specifico opere come ‘’Canne al vento’’, un vero e proprio classico. Un libro che ho letto di recente e che mi ha colpito tanto è ‘’Tutto è possibile. Testa, cuore, gambe” di Roberto Zorcolo. Tornando a Lorenzo Scano, invece, della sua narrativa amo il fatto che riesca a dare un tocco noir a una città luminosa come Cagliari. È in grado di mostrare l’altra parte della città con sagacia e brillantezza.

In futuro vedremo anche un Cool Caddish in versione romanziere?

È un mio sogno da sempre. Mi piacerebbe raccontare il mondo con gli occhi di un cagliaritano in viaggio, proprio come sono stato io durante gli anni in cui ho lavorato nelle navi da crociera. Nel cassetto ho qualche bozza, chissà se in futuro diventerà qualcosa di più concreto.

Nel pezzo ‘’Sale negli occhi’’ dici: «per me la serenità è un fottuto miraggio». È più un bene o più un male questo?

Io credo che l’inquietudine, che in tanti temono, sia parte integrante della bellezza della vita. La felicità non si raggiunge mai del tutto, chi sogna questo purtroppo rischia una grossa delusione. Bisogna farsene una ragione e capire che i lividi che la vita ti procura si trasformano, con gli anni, in calli che ti rendono una persona più forte e più consapevole.

Nel progetto nomini spesso Quartu: che rapporto hai con la città?

Quartu ormai è la mia culla, ci vivo da dieci anni ma già da ragazzino la frequentavo. Amo Quartu, in maniera viscerale: per me è un grande paese che ancora non ha capito di essere una città e questo non è di certo un male, ma anzi reputo che sia una virtù, perché grazie a ciò Quartu è in grado di preservare quella purezza che nelle città si perde e viene a mancare.

 In ‘’Quartu Mafia’’ dici: «la Sardegna non è formaggi e vini». Cosa rappresenta per te l’Isola?

Per me la Sardegna è tutto il contrario delle narrazioni mitiche che negli anni le sono state affibbiate erroneamente. Io amo la Sardegna con tutte le sue difficoltà e con i suoi tormenti che poi diventano punti di forza. In troppi, fanno finta di niente e girano la faccia dall’altra parte ma di certo io non sono tra questi.

Non mancano, nel disco, i riferimenti a Cagliari che nella tua carriera hai sempre descritto e raccontato.

Certamente, come potrebbero mancare? Cagliari è una delle parti più belle di me, rappresenta sempre un valido motivo per sorridere. Chi la rinnega appena parte e varca il Tirreno non la merita e commette un errore gravissimo.

Nel brano ‘’Mi fai emozionare’’ inizi la tua strofa con queste parole: «ti racconto la mia storia non è che ne vado fiero». Quanto è difficile raccontare la propria storia, mettendosi a nudo?

È sempre difficile scrivere e raccontarsi credo sia peggio che guardarsi allo specchio. Per l’anima non esiste fard. Quando scrivi non puoi assolutamente mentire a te stesso, i nodi vengono tutti al pettine.

Nella canzone conclusiva del disco ‘’Fiori e Fiorucci’’, dici: «dentro baby ho un mostro». Scrivere ti aiuta a tenere a bada i tuoi demoni?

Nel momento in cui scrivo sì ma quando poso la penna siamo al punto di partenza. Per me un progetto non è un semplice prodotto discografico ma un’immersione totale nella mia parte più intima.

Sergio Atzeni si è sempre battuto per i rioni popolari e per la loro valorizzazione. Cosa rappresentano per te le periferie?

Le periferie sono l’essenza di Cagliari e non solo. Sono sincere e passionali, nelle periferie il bene che fai ti viene riconosciuto e viene apprezzato. Non puoi di certo fingere a lungo nelle periferie perché chi le abita sa riconoscere subito chi è autentico e chi invece è un doppiogiochista. Le periferie hanno un fascino intramontabile, sono distanti anni luce, grazie al cielo, dai salotti borghesi e dalla società di cristallo dove tutto è finto. Le periferie sono vere al cento per cento e in questa veridicità risiede la loro parte più bella.

 

Picture of Mattia Lasio

Mattia Lasio

Mattia Lasio è un funambolo della parola. Si alterna tra prosa, rime, articoli, racconti e molto altro che presto sarà chiaro. Cagliaritano classe 1995, si occupa di sport, cultura, spettacoli con gli occhi ben aperti su una quotidianità buffa che racchiude mille storie, apparentemente, celate.

GUARDA ANCHE