Francesca Randi – Tra sogno e realtà

Fotografa professionista specializzata in staged photography, Francesca Randi muove i primi scatti nel secolo scorso e non si è mai fermata. Una fotografia intensa e profonda, uno storytelling che scava dentro come a scoprire la luce dentro la tana del Bianconiglio. Andiamo a scoprirla.

 

Sono sempre alla ricerca di persone da raccontare, che abbiamo un talento o si contraddistinguono per qualcosa di insolito, ma soprattutto che trasmettono un messaggio.

 

“Potresti intervistare Francesca Randi, lei fa staged photography.” Mi fa un amico.

Cado dalle nuvole: “Fa che cosa?” – nella mia mente la vocina era in sardo: “Itta esti custa staged photography”? -.

 

Cosa è la staged photography? In italiano sarebbe fotografia sceneggiata e si riferisce a un genere in cui il fotografo pianifica e organizza attentamente gli elementi all’interno dell’inquadratura per creare una narrazione o un concetto specifico. A differenza della fotografia spontanea o documentaristica, la staged photography implica una costruzione deliberata della scena, spesso incorporando oggetti, costumi e illuminazione controllata.

 

Seguo il Bianconiglio e “scrollo” i suoi social – salvo anche diversi scatti – e leggo che è impegnata conUnder my skin, Il demone sotto la pelle ”- sua mostra personale – a Nuoro proprio in questi giorni.

 

Le scrivo, voglio approfondire il suo mondo.

 

Ci sentiamo telefonicamente e lei è spumeggiante. Ha mal di gola, ma la sua energia va oltre, mi racconta di come è nata questa passione, della profondità di quello che accade con la fotografia, come è arrivata fin lì e la strada che sta percorrendo. Un piacere ascoltarla. Vediamo cosa è la staged photography e chi è Francesca Randi.

 

Benvenuti nella tana del Bianconiglio.

 

Come è nata la tua passione per la fotografia? C’è stato un momento o un’ esperienza che ti ha spinto a intraprendere questa strada?

Sin da bambina ho sempre scritto poesie e racconti, incessantemente e febbrilmente. Mi procurava un benessere infinito, era il mio mondo magico e mi ci rifugiavo appena potevo. La fotografia è arrivata più tardi, ma credo sia sempre stata lì ad aspettarmi.

Una mattina del secolo scorso, forse era il 1997, dopo aver passato l’intera notte a fare dei sogni abbastanza turbolenti e surreali, decisi che dovevo riprodurli attraverso la fotografia.

Così acquistai una reflex completamente manuale, non aveva neppure l’autofocus, ovviamente a pellicola, la mitica Yashica fx3, che oggi custodisco in un cassetto, è diventata il mio amuleto portafortuna. Imparai le basi e poi iniziai a sperimentare da sola. Mi avvicinai così a questo mezzo incredibile dai potenziali enormi che è la fotografia, che mi permise raccontare le mie storie. Fu la scelta giusta per me, da allora non mi sono più separata da questo medium così straordinario.

 

Quali sono i tuoi soggetti preferiti o il genere fotografico che prediligi? C’è un motivo particolare dietro questa scelta?

Faccio un genere fotografico molto particolare, che da un paio d’anni a questa parte ha assunto il nome di staged photography, un genere basato sulla messa in scena e sulla narrazione. Quello che mi interessa quando racconto una storia

è il mistero e l’inspiegabile che è racchiuso in essa. Mi piace esplorare i luoghi più profondi della psiche umana. Abbiamo tutti delle parti nascoste e oscure, che non vogliamo vedere perché ne abbiamo paura, è la nostra ombra. Credo sia questa la mia identità nell’arte contemporanea. Lavoro attraverso quello che si definisce “automatismo psichico”, senza censure, come si verifica nel sogno durante la fase REM. Mi addentro nell’onirico, sondo il mio inconscio, ne traggo un processo artistico che mescolo a esperienze di vita vissuta e ricordi. Inoltre mi ritrovo a fantasticare sulle storie dei personaggi che coinvolgo. Da dovevengono? Chi sono? Quali segreti nascondono? Perché si trovano in quel luogo e cosa stanno facendo? Si conoscono tra loro? E cosa accadrà dopo? C’è un grandissimo senso d’attesa in tutti i miei scatti.

 

Quali sono le tue fonti di ispirazione nel campo della fotografia?

A ispirare maggiormente il mio lavoro è ciò che sogno la notte. Sono i miei sogni e quindi le mie proiezioni inconsce che mi guidano. Sogno ogni notte e li annoto prima di dimenticare. Poi si trasformeranno in immagini fotografiche. Tutte le mie storie raccontano il mio inconscio e di conseguenza l’inconscio collettivo.

Cerco di svelare l’ombra contenuta in ciascuno di noi. E poi chiaramente ci sono i ricordi, le esperienze di vita vissuta, belle e meno belle, e tutti i libri letti i film visti e i fotografi e registi che più amo e che sono tantissimi.

 

Quali sono state le tue esperienze più significative o gratificanti come fotografa finora?

Collaboro spesso con curatori e artisti nella realizzazione di progetti e mostre. È un aspetto fondamentale del mio lavoro che mi arricchisce tantissimo. Mi piace il confronto el ’energia che scaturisce dalle varie collaborazioni, lo trovo davvero stimolante. Inoltre è sempre un onore per me quando un curatore scrive del mio lavoro e mi fa notare degli aspetti che altrimenti non avrei mai visto. Per cui ho avuto davvero tante esperienze gratificanti.

Probabilmente una delle più significative è stata la mia partecipazione al Festival Europeo della Fotografia.

 

C’è un momento o un posto o una persona a cui sei particolarmente legata per

una foto che hai scattato e perché?

Ciascuna persona che scelgo per i miei lavori, e accetta di posare per me, mi fa un regalo immenso, mi permette di realizzare le mie visioni. Sanno in partenza che non sarà un servizio fotografico dove si devono mettere in posa e basta. Li vedo trasformarsi, li vedo assumere una nuova identità, quel personaggio diventa anche il loro personaggio, immerso nella notte oscura, rischiarato da un’insegna al neon rossa, con il vento gelido che muove i vestiti, e le fronde degli alberi che ondeggiano da una parte all’altra. È qui che si compie la magia completa, c’è un sorta di trasfigurazione tra me e loro.

Ricordo che per il progetto “Doppelganger Stories” fotografai quattro sorelle, all’epoca ancora bambine, che ribattezzai le sorelle March.  Delle piccole donne meravigliose calate in una location molto evocativa e potente, dove passammo una giornata intera a realizzare tutti i set.

Oppure di quella volta che mi piazzai davanti ai recinti della Saras, con un personaggio travestito da presidente Reagan, e ci fermò la polizia che era stata allertata dai custodi. Fotografando soprattutto la notte, questo tipo di avventure sono assicurate.

 

Per me la fotografia è… (termina la frase)

Sai, ho incentrato tutta la mia vita sulla creatività e il lavoro artistico. Per me quindi è una cosa fondamentale e sacra che non mi abbandonerà mai. La fotografia per me è un medium potentissimo che attraverso l’alchimia di luce, tempo e inconscio mi permette di far vedere mondi sino a questo momento celati.

 

C’è un messaggio o un’ emozione che vuoi comunicare in modo particolare attraverso le tue fotografie?

In realtà attraverso la mia ricerca fotografica cerco di analizzare nel profondo il concetto di doppio e perturbante. Il Perturbante rappresenta tutto ciò che pensavamo fosse rimosso dalla nostra coscienza, ovvero complessi infantili, traumi, convinzioni personali o pregiudizi. Questo può riemergere in condizioni particolari, creando una situazione instabile alla nostra identità. La fotografia, utilizzando lo stesso linguaggio dell’inconscio, ossia le immagini, favorisce la regressione necessaria per entrare in contatto con il proprio Io più profondo.

Per questo motivo mi considero un fotografo-sognatore, cerco di decifrare quello che ho sognato, e di ricrearlo attraverso il linguaggio fotografico.

 

Parliamo di mostre fotografiche. Quante ne hai alle spalle e qual è  l’emozione più grande?

Ne ho parecchie alle spalle, tra collettive e personali. Ho iniziato a esporre nel 1999, per sono ben 23 anni di collaborazioni artistiche. Mi spaventa un pochino rendermi conto

del tempo che passa. Ogni mostra e ogni progetto è un mondo a sé, per cui ogni volta ho delle sensazioni/emozioni diverse. Un mix di ansia, tensione, energia che esplode e apprensione, perché del resto è come mettere a nudo ogni volta la propria vita interiore e non.

 

Quali sono i tuoi obiettivi futuri come fotografa? Hai dei progetti o delle mete che sogni di raggiungere nel tuo percorso professionale?

Ho tanti progetti fotografici in testa che cercherò assolutamente di realizzare. Mete del mio cuore, New York (dove anni fa partecipai a una collettiva) e Parigi. Sono letteralmente ossessionata da queste due città.

 

 

Dice che quando incontri una persona libera te ne accorgi. Ho avuto questa fortuna e ora direzione Mancaspazio di Nuoro per ammirare la mostra personale di Francesca Randi.

LaBovati

LaBovati

LaBovati è una e trina. Scrive per conto della sua FrangiArmata di parole e idee. Ama le rotture di schemi, meno quelle di scatole. Racconta da (scegliete voi un anno) i celeberrimi #tasinanta delle persone

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